Prendo volentieri spunto dalla lucida e appassionata disamina della situazione del Ticino apparsa mercoledì scorso a firma di Pier Felice Barchi nel taglio basso della vostra testata. Ne condivido i contenuti (su molte delle questioni sollevate mi sto battendo anch'io da anni) e sono lieto di non essere infine 'una voce che grida nel deserto' quando si parla della necessità di chinarsi trasversalmente a risolvere i problemi del Paese. L'avvocato Barchi è da oltre sessant'anni al centro della vita pubblica cantonale e nazionale, noto a tutti per il suo carattere franco e schietto e per non avere remore quando si tratta di dire pane al pane e vino al vino, se ritiene che la sua esternazione possa portare frutti concreti di miglioramento. A lui mi accomuna l'amore per il nostro Cantone e il desiderio di non lasciare nulla di intentato per trovare soluzioni pragmatiche all'impasse che lo attanaglia. 60'305 frontalieri in Ticino, 183'000 posti di lavoro di cui 134'000 nel terziario, in cui opera il 57% dei frontalieri: ecco le cifre crude del primo trimestre di quest'anno, pubblicate dall'Ufficio federale di Statistica nel documento 'barometro dell'impiego', un barometro che da anni segna maltempo per il nostro Cantone! Intanto la disoccupazione veleggia intorno al 5% che in cifre assolute sono circa 8'000 unità, senza contare chi, ormai 'uscito dal periodo di disoccupazione' non figura più nelle statistiche. Altra notizia di pochi giorni fa: la Seco ha sottostimato il numero di coloro che, fra i 15 e i 24 anni, sono alla ricerca di un lavoro in Ticino. Secondo la Segreteria di Stato per l'Economia si tratta di circa 1'000 persone, mentre secondo l'Organizzazione mondiale del Lavoro, sono circa 4'000: alla faccia della sottostima! E come se non bastasse vi sono pure parecchi frontalieri attivi nell'Amministrazione cantonale.
Disoccupati, frontalieri e qualifiche
Per una ragione o per l'altra quindi, il numero dei frontalieri continua ad aumentare, come pure quello dei disoccupati residenti, giovani o meno che siano. Guardiamo in faccia la situazione: i giovani non sono abbastanza qualificati e non hanno esperienza, i meno giovani costano troppo o sono troppo qualificati. Sono queste le motivazioni più frequenti quando il potenziale datore di lavoro giustifica la mancata assunzione di chi gli ha fatto avere tutti i suoi dati e ha magari anche avuto un colloquio. Motivazioni che mi viene da definire 'pietose' nel senso che, spesso, i candidati si sentono apertamente dire: "Per questo prezzo prendo due frontalieri"! Di chi la colpa? Visto che stiamo parlando di posti nel terziario, il ritornello dei lavori che i residenti non vogliono fare, non è certo più sostenibile. Non possiamo però neppure prendercela con i frontalieri, dato che, come già ebbi a sottolineare, chi ha bisogno di un lavoro, lo cerca dove e come può e allora? Allora parliamo di responsabilità sociale delle imprese e di formazione.
Responsabilità sociale delle imprese
e formazione
Chi opera nel nostro Cantone usufruisce certamente di eccellenti condizioni quadro: sicurezza, certezza del diritto, snellezza dell'amministrazione e, per rapporto alla vicina Penisola, dove leggevo recentemente un'impresa lavora fino a settembre solo per pagare le imposte, di una fiscalità sostenibile. Capisco perfettamente che, nella situazione congiunturale attuale, con un franco forte e una crisi perdurante nell'eurozona, la situazione di mercato non è certamente facile, ma è troppo pretendere responsabilità sociale da chi comunque fruisce di vantaggi non certo da poco dati dalla sua ubicazione? Penso sia l'ora di smetterla con le tavole rotonde e i gruppi di lavoro che invariabilmente parlano di partenariato sociale, di superamento delle polemiche, di lotta agli abusi e chi più ne ha più ne metta, consegnando alla fine una serie di belle parole e intenzioni che lasciano il 'tempo che trovano': cioè l'indicatore al maltempo dell'ultimo 'barometro dell'impiego'. La realtà è nella mentalità del profitto a breve termine, che da una falsa prospettiva aziendale, inizia dalla compressione dei costi, in particolare quelli del personale. Per carità, nella logica d'impresa e non solo, il contenimento dei costi è di primaria importanza, ma migliorare i propri risultati solo con questo metodo, è una negazione dello spirito imprenditoriale che si fonda sul principio dell'innovazione e dell'investimento. E già che siamo arrivati all'investimento, parliamo di giovani che non trovano lavoro e di 'anziani troppo cari' che dal mondo del lavoro vengono espulsi: investimento sui mezzi umani è invece proprio il termine che definisce la sana relazione che deve esserci tra loro. I primi entrano in azienda apportando conoscenze nuove e idee diverse che coniugate con l'esperienza dei "seniores" permettono lo sviluppo della realtà aziendale. Per concludere, ancora due parole sulla responsabilità sociale e sul profitto: è ora di uscire dalla mentalità perniciosa che privatizza i profitti e socializza i costi o le perdite, per esempio licenziando o non assumendo o sostituendo e lasciando i residenti a carico della disoccupazione e, peggio ancora, dell'assistenza. Un modo di procedere spregiudicato con conseguenze sociali molto pesanti, che vanno dall'aumento delle malattie da stress, alla perdita di dignità e fiducia in sé della persona, allo spreco di esperienze e conoscenze e valori 'a portata di mano', all'incertezza e alle difficoltà finanziarie e morali – spesso devastanti per le famiglie, al malessere di sentirsi 'ospiti in casa nostra', al degrado sociale che conduce a un aumento della microcriminalità e quindi all'aumento dell'insicurezza e infine, ma non meno importante, dei costi dello Stato e quindi delle imposte di tutti i cittadini.