Il 22 settembre si vota sulla modifica della legge sulle epidemie, un argomento tecnico e complesso: cerchiamo quindi di fare chiarezza. Le epidemie sono un tema molto importante nel concetto di salute pubblica, basti pensare all'influenza, che nella memoria dei nostri vecchi rimane la Spagnola, che ha decimato la popolazione. Oggi l'accorciamento di tempi e distanze globalizza il rischio: un qualsiasi virus potrebbe prendere l'aereo e fare il giro del mondo in 24 ore; inoltre, la struttura sempre più urbanizzata del territorio è un invito a nozze per la trasmissione dei virus. La lotta contro le epidemie va quindi resa più efficiente, in particolare attraverso la sorveglianza e il coordinamento della prevenzione a livello nazionale e cantonale. In questo campo la nuova legge ottimizza la ripartizione dei compiti tra Confederazione e Cantoni: la prima elabora strategie di prevenzione e i secondi sono operativi. Una ripartizione giudiziosa, dato che i servizi centralizzati hanno un accesso più immediato all'informazione e alle necessarie risorse, mentre quelli cantonali possono operare sulla base della perfetta conoscenza del territorio. La nuova legge non conferisce alla Confederazione la competenza per decretare l'obbligatorietà di una vaccinazione per tutta la popolazione, ma solo per gruppi a rischio, o che esercitano particolari attività. In questo ambito i Cantoni godono delle stesse prerogative per il loro territorio. Comunque, in nessun caso qualcuno potrà essere obbligato a vaccinarsi contro la sua volontà. Spazzata via così la questione dell'eventuale violazione dei diritti individuali e dell'eccessiva centralizzazione, sulla quale potremmo ancora chiederci se e in quali situazioni la difesa del federalismo sia opportuna, veniamo all'obiezione legata all'influenza di determinate categorie. A questo proposito rammento la pandemia della suina. La Svizzera aveva acquistato una grande quantità di vaccini e messo in atto un piano di intervento capillare per la vaccinazione della popolazione, iniziando dalle persone a rischio. Sappiamo tutti come finì la storia, ma pur cosciente delle giustificate critiche mosse, ancora oggi mi sento di ribadire quanto, con il collega Enos Bernasconi, affermammo in chiusura a una trasmissione di Falò: se si ripresentasse la situazione rifaremmo quanto abbiamo fatto. Questo non perché siamo allarmisti o insensibili alla spesa, ma perché la decisione se vaccinare o meno è un problema di salute pubblica, che non può essere trattato solo dal punto di vista dei costi. Non dimentichiamo che, casi particolari a parte, vaccinare è un investimento poiché permette di risparmiare in seguito sui costi delle cure. Chiediamoci tutti cosa sarebbe successo se la pandemia di SARS avesse raggiunto la sua massima amplificazione e i nostri responsabili della Sanità avessero agito come un ministro dei Paesi dell'Est che aveva dichiarato di non aver comandato alcun vaccino risparmiando così una montagna di soldi. Va riconosciuto che l'OMS, a seguito della diminuzione dei finanziamenti elargiti dagli Stati, si vede costretta a raccogliere fondi presso privati e che questo potrebbe porla in situazione di conflitto d'interessi, ma il problema è noto e quindi va affrontato in modo positivo, non togliendo la fiducia a questa organizzazione, ma attribuendo agli Stati un chiaro ruolo di controllo. Quindi non confondiamo il burro con la ferrovia e sosteniamo la revisione della legge sulle epidemie. Un dibattito che riguarda la salute pubblica non può essere affrontato senza una preparazione approfondita: in questo campo, partire dal principio del risparmio non è la giusta via. Detto fuori dai denti, non si tratta di votare un messaggio che chiede un credito per riasfaltare un tratto stradale! Ecco quindi che ci sta una tiratina d'orecchie al presidente del PPD ticinese che, contrariamente alla presa di posizione favorevole del nostro ministro della Sanità, ha invocato la necessità di difendere il federalismo e l'autonomia cantonale e rilevato che queste imposizioni provocano costi considerevoli. Giusta sì l'osservazione che un partito cantonale è libero di non seguire le decisioni di quello nazionale, ma legittimo chiedersi se, in questo caso, il dibattito interno tutto ticinese sia stato una buona dimostrazione di democrazia o una mancanza di preparazione sul tema.