Ricevo quasi tutti i giorni lettere da concittadini alla ricerca di una collocazione nel mondo professionale. Il lavoro è un bisogno primario insito nella natura umana, un'esigenza fondamentale il cui soddisfacimento conferisce dignità, motivazione all'agire e all'esistere, insomma è un elemento chiave della definizione della propria identità sociale. Mi fa particolarmente piacere notare che molti giovani si rivolgono a me con fiducia e speranza, per chiedermi un consiglio, per confidarmi un loro pensiero o semplicemente per sfogare la loro frustrazione. È forse un segno dell'età che – ahimè – avanza e che conferisce al mio buonsenso un'autorevolezza paterna, ma mi piace anche pensare che mi vedano come attento e preparato conoscitore delle tematiche sociali e percepiscano la mia simpatia verso la causa dei nostri studenti. Quella che voglio raccontare è una storia vera, scelta tra le tante che mi capita di ascoltare, perché mi sembra emblematica della direzione paradossale presa dal mercato del lavoro nel nostro paese. Tempo addietro mi è capitato di pronunciarmi pubblicamente sul tema della disoccupazione giovanile e sulla necessità di una sinergia tra politici e imprese, in modo da indirizzare i giovani (già a livello di formazione scolastica e orientamento professionale) verso quelle professioni per le quali si prevede vi sarà uno sbocco. È esattamente la via seguita dal giovane di cui vi parlo – chiamiamolo Manuele per convenzione – scegliendo il percorso tutto in salita ma con rosee prospettive sulla vetta dell'Ingegneria Biomedica. Teniamo presente che quella dell'Ingegnere Biomedico è una figura chiave nel mondo di oggi, in quanto assommando in sé ampie competenze sia nel campo ingegneristico-industriale sia in quello bio – fisiologico, costituisce il ponte tra gli ambiti sempre più interdipendenti della medicina e della tecnologia ed è centrale nel coordinare la collaborazione tra gli specialisti settoriali. Manuele ha scelto una professione che si trova al primo posto nelle classifiche mondiali per opportunità di crescita, attrattività finanziaria e di realizzazione personale (prima in assoluto nella classifica stilata nel 2013 dalla CNN). Quando questo giovane corona il lungo e laborioso percorso dei suoi studi, conseguendo con brillantissimo risultato un Master in questa disciplina, è certo di avere in mano una professione con accesso a svariati ed interessanti sbocchi: dall'industria, alla pratica clinica ospedaliera, alla ricerca teorica o applicata. Il Ticino conta infatti tra le sue imprese di punta numerose industrie farmaceutiche, fabbriche altamente specializzate nella produzione di protesi e apparecchi biomedicali che vengono esportati nei 5 continenti, per non parlare del carattere di assoluta avanguardia nel campo della ricerca clinica rivestito dall'Istituto di Ricerche Biomediche (IRB) di Bellinzona e dalla collaborazione tra Cardiocentro di Lugano, Centro Svizzero di calcolo Scientifico (CSCS) e la Scuola Universitaria Professionale della Svizzera Italiana (SUPSI). Certo di essersi conquistato un prestigioso trampolino di lancio verso il mondo del lavoro, si aspetta di trovarsi presto nella posizione di dovere scegliere tra varie promettenti offerte di lavoro, e si lancia con entusiasmo nella ricerca. Nulla farebbe presagire l'Odissea che invece lo aspetta e che mi descrive passo per passo nella sua lettera: 250 Curriculum inviati a fronte dei quali in un anno ottiene solamente 3 colloqui e una serie di porte ostinatamente chiuse se non addirittura sbattute in faccia. In Ticino riceve dall'IRB la garbata risposta che presso il loro istituto vengono impiegati soprattutto biologhi, mentre le sue competenze sono nettamente sovradimensionate alle loro esigenze. Presso l'EOC la sua eccellenza viene riconosciuta, ma dato il sovraccarico di candidature ricevute ogni giorno dalla vicina Italia (svariate centinaia a fronte di un'assunzione ogni 2-3 anni nel settore) e i tempi necessari per il vaglio, la scrematura e le trafile burocratiche per l'attribuzione dei posti, gli viene fatto capire che il suo curriculum corre il rischio di giacere in anticamera per diversi anni prima di approdare a un contratto di lavoro. In campo industriale, infine, le sue brillanti qualifiche lungi dallo spianargli la strada, si rivelano una vera palla al piede, perché (c'è bisogno di dirlo?) gli viene regolarmente preferita mano d'opera meno qualificata e meno "costosa". Manuele non si scoraggia: è un ragazzo moderno, intraprendente ed ha tanta voglia di mettersi all'opera, inoltre non ha alcun preconcetto verso un trasferimento e si rivolge ben presto verso la Svizzera interna e la vicina Italia. In entrambi i casi, alla fine della corsa la sua candidatura viene scavalcata in volata da quella di un locale (che abitando già vicino al posto di lavoro non ha bisogno di trasferirsi come sarebbe il suo caso) oppure gli vengono offerti contratti di stage senza prospettive né retribuzione. Passano i mesi e il nostro sarebbe a questo punto felice di accettare una qualsiasi collocazione nell'ambito delle misure cantonali per l'occupazione. La retribuzione – si sa – è modesta, ma rientrare in un progetto come InnoPark, gli permetterebbe di esercitare e farsi conoscere nell'ambito in cui si è qualificato. Purtroppo però, anche in questo caso, farragini burocratiche gliene negano l'accesso. Come finisce la storia? A mio parere è una storia senza lieto fine, anche se Michele che è un inguaribile ottimista, riesce a trovarvi dei lati positivi: esasperato verso un sistema da cui ha ricevuto solo rifiuti e desideroso di essere attivo e utile al suo Paese, si butta in un'altra professione, che – mi scrive – gli sta dando «buone soddisfazioni», dato che è un ambiente sano e che lui vi applica tutta «la forza di volontà, la passione e l'impegno che avrebbe messo in un eventuale impiego» in seno alla specialità per cui si è lungamente formato. A parte l'apprezzamento per la tenacia di questo giovane, che – nato rosa regina di giardino – si aggrappa ad un muro di cemento e si trasforma in edera per sopravvivere e continuare a crescere verso l'alto, lascio a voi trarre le debite conclusioni. In altri paesi si parla già da tempo di «fuga di cervelli». Da noi si sente invece parlare del bisogno di assumere frontalieri anche nel terziario, in quanto mancano i profili qualificati. Mentre è una realtà di tutti i giorni la testimonianza di giovani ticinesi respinti dal mercato del lavoro, in quanto sovraqualificati. Ma vogliamo una volta per tutte metterci di fronte alla verità, ammettere che questo paradosso esiste davvero, chinarci insieme tra partner sociali (provenienti da direzioni diverse, ma volti a un unico fine) e trovare una soluzione a questa problematica? Io dico che i miglioramenti in questo campo non sono un'utopia e che è ora di dare il giusto peso alla emergenza lavoro e di pensare a un wellfare civile, come punto di incontro tra gli interessi del nostro Cantone inteso come comunità e il benessere dei singoli cittadini.
Spiacenti, lei è iperqualificato - CdT