Ma i medici devono guarire il nostro è un obbligo morale
Noi medici siamo nati per curare i nostri pazienti, abbiamo un obbligo morale e professionale. Dobbiamo seguire il paziente nel suo percorso di vita e assisterlo in tutti i modi possibili, alleviandone i sintomi e accompagnandolo alla morte. Ma, attenzione, il medico non può lui stesso proporre l’assistenza al suicidio. Quest’ultimo è un aspetto importante e come medico di cultura cattolica, tutto ciò ha una doppia valenza. La conclusione alla quale è giunta all’unanimità la Commissione speciale sanitaria, che ha chiesto al Gran consiglio (e io ho firmato questo rapporto) di respingere l’iniziativa parlamentare per introdurre l’obbligo di accogliere all’interno di ospedali e case anziani le associazioni che praticano il suicidio assistito, mi sembra una scelta saggia. Non si è detto sì o no, non si è fatta una distinzione tra cattolici o agnostici, si è giustamente detto che non è possibile legiferare ne “medicalizzare” la pratica, in una materia come questa. Perché davanti a una scelta etica, oltre che antropologica, la politica deve fare un passo indietro. Ogni essere umano è unico e irripetibile e la volontà del paziente è fondamentale nella relazione col medico. Un dilemma di tale portata esige una decisione morale personale del medico, che in singoli casi di assistenza al suicidio deve essere rispettata. Principio, questo, già emerso a livello federale quando se ne discusse nel 2010. In quell’occasione il Comitato direttivo dell’Ordine dei medici, fece una approfondita riflessione. Concludendo, pure in quel caso, che il suicidio non deve essere medicalizzato, cioè non va facilitata l’esecuzione in istituti di cura. Conclusione che chiaramente non poteva essere esaustiva delle idee di tutti i mille e più medici ticinesi, ma che è comunque rappresentativa della maggioranza.