Fine 2006: la crisi dei mutui subprime invade i media. Articoli, interviste, opinioni, filmati. In un reportage un autista con un reddito annuo di 40.000 dollari aveva ottenuto un'ipoteca di 4-5 volte la sua entrata annua: aveva perso la casa e, con la crisi generale, anche il lavoro. Certamente una storia disperata, ma con due colpevoli: un creditore disonesto, ma anche un debitore impreparato, poco accorto e improvvido.
Ma dove sta l'inghippo che il debitore non ha visto? Nei mezzi propri: termine al centro dell'ultimo dibattito lanciato dalle Camere federali, relativo alle regole per il prelevamento del secondo pilastro.
E come mai? Semplice: qualsiasi prelevamento sui fondi di cassa pensione riduce il capitale a disposizione al momento del pensionamento e di conseguenza la rendita mensile che, unita all'AVS e al risparmio personale, dovrebbe garantirci uno standard di vita simile a quello avuto durante la fase attiva dell'esistenza.
Le regole attuali per questo prelevamento prevedono che, fino ai 50 anni, sia possibile utilizzarlo integralmente per il finanziamento dell'abitazione primaria. Un sogno, la casetta dove crescere i bambini e vivere il più a lungo possibile con i propri ricordi, che per alcuni si trasforma in incubo. E al salvataggio, ancora una volta interviene lo Stato sociale con le complementari e quant'altro.
Chiaro, il prelevamento dei fondi del secondo pilastro non è possibile solo per il finanziamento della casa ma, per esempio, anche per il lancio di un'attività in proprio o in caso di trasferimento all'estero. Oggi non vi sono studi che dimostrino il legame fra questo prelevamento e la necessità di ricorrere alle prestazioni complementari: in effetti si tratta di un legame difficile da stabilire dato che tra un fatto e l'altro «ci passa la vita». Intuitivamente però non è difficile stabilire questo nesso e un fatto che mi ha raccontato un mio conoscente pare quasi sostenere questo intuito.
Nel salottino ovattato di un istituto di credito, una bambina colora il suo album e una giovane coppia in attesa di darle un fratellino parla con un consulente. Lui esercita una professione che, in gergo, viene definita a rischio (nel senso di facilmente soggetta al taglio di posti di lavoro), lei lavora al 50% come venditrice ma dal lieto evento farà la «mamma a tempo pieno».
Hanno visto l'appartamento dei loro sogni: pian terreno, nel verde, con giardinetto privato. Ma non hanno mezzi propri. Che fare? Hanno sentito parlare della possibilità di prelevarli dai fondi del secondo pilastro e siccome non sono molto in chiaro eccoli qui a chiedere lumi. Dopo aver fatto i calcoli di sostenibilità, che sono semplici e matematici, cosa farà il consulente? Avrà detto loro dei rischi ai quali li espone il prelievo del capitale LPP? Sceglierà la via del raggiungimento degli obiettivi di mercato o quella della razionalità sociale? O una via certamente praticabile che coniughi entrambe? La risposta: gli è stato concesso il credito.
Come finirà la storia non lo so e mi auguro che sorellina e fratellino diventino a loro volta genitori e che i nonni tengano d'occhio nel giardinetto una bella tribù di nipotini.
In conclusione, della situazione ancora non ben circoscritta della quale si inizia a dibattere tre cose mi infastidiscono: in primo luogo la definizione degli anziani che si trovano in questa situazione come coloro che hanno sperperato il loro capitale che non è certo un bel modo di indicare chi ha sfruttato le «facilitazioni» per l'accesso alla proprietà, e magari neppure per chi ha prelevato il capitale per iniziare un'attività propria, dopo anni di inutile ricerca di un posto di lavoro. In secondo luogo il non riuscire a stabilire fino a che punto la situazione che sembra sia venuta a crearsi incida sulle finanze pubbliche. E in terzo luogo, il fatto che, ancora una volta, ci troviamo di fronte a una questione di conflitto tra responsabilità sociale e profitto, alla privatizzazione dei guadagni – in questo caso interessi sul mutuo – e alla socializzazione delle perdite con il crearsi di una fascia di persone che devono ricorrere all'aiuto della collettività perché la loro previdenza non è più sufficiente.
Quindi ben venga lo studio della relazione sul prelievo dei fondi del secondo pilastro e il ricorso alle prestazioni complementari, ma soprattutto ben venga una revisione delle regole per ricorrere a questa possibilità di procurarsi dei mezzi propri.
L'importante è non frustrare la progettualità di giovani e giovani famiglie facendoli vivere in una
situazione di continuo precariato, ma dare la priorità a una società che pone al centro l'essere umano e i suoi bisogni, nella quale la proprietà privata sia incoraggiata solo e soltanto quando è sostenibile e dove siano pure trovate soluzioni abitative che, pur non essendo la casetta di proprietà, offrano la possibilità di far crescere la propria famiglia nelle migliori condizioni, evitando così di gravare ulteriormente lo Stato sociale.