Sto seguendo con interesse la discussione sulla votazione cantonale concernente l'iniziativa «Salviamo il lavoro in Ticino», chiamata anche iniziativa per il salario minimo. Tra le molte prese di posizione mi ha fatto riflettere l'opinione contraria espressa sul GdP del 3 giugno dal deputato Marco Passalia, vice-direttore della Camera di commercio, ente che vuole promuovere il benessere nelle aziende come fattore competitivo...ma che non considera la garanzia di un salario dignitoso come presupposto di tale benessere. A questo proposito val la pena citare un'affermazione di Jean Claude Junker, presidente della Commissione europea ed esponente di spicco del PPD europeo, con un passato alla Banca mondiale e nel Fondo monetario internazione, che disse: «Bisogna ritrovare la dimensione sociale dell'Unione economica e monetaria, con misure come il salario minimo in tutti i Paesi della zona euro, altrimenti perderemo credibilità e approvazione della classe operaia per dirla con Karl Marx»; anche se, personalmente, ritengo che il concetto di salario minimo tragga piuttosto origine dalla scuola liberale di Hayek. La crisi del lavoro che stiamo vivendo in Europa dimostra l'inesorabile fallimento dei modelli economici che hanno dominato gli ultimi decenni, sia il modello neoliberista sia quello socialdemocratico di welfare. Il primo non assicura l'universalità dello Stato sociale, l'altro non garantisce la qualità e l'equità. Dobbiamo orientarci verso nuove soluzioni fra le quali il welfare civile, un approccio anti ideologico, un'idea diversa di economia e società (come insegnano Luigino Bruni e Stefano Zamagni). Non si tratta di statalizzare l'economia, ma di aprire la strada verso un'imprenditoria più sociale e illuminata. Sul salario minimo non bisogna avere preclusioni. Non si tratta di trovare una retribuzione media (per esempio quella aritmetica o ponderata tra la paga di un operaio generico svizzero, italiano, portoghese o tedesco), ma di assicurare una retribuzione dignitosa in un mercato che non può più reggere affidandosi alla compressione progressiva dei salari, con perdita del potere d'acquisto e della dimensione equa che ogni retribuzione dovrebbe garantire. Non bisogna poi confondere il concetto di salario minimo dignitoso con il reddito minimo, come è accaduto in certe prese di posizione. Come ricorda spesso Papa Francesco, «di elemosina si può sopravvivere ma per vivere occorre il lavoro». Il lavoro non è solo un mezzo per garantirsi denaro da spendere, bensì lo strumento attraverso il quale una persona realizza il proprio progetto esistenziale. Lo sfruttamento e l'elemosina portano invece all'annichilimento e all'emarginazione sociale. A ciascuno di noi va assicurato un lavoro retribuito dignitosamente e il ruolo politico è quello di rimuovere tutti gli ostacoli, di ordine economico, burocratico e sociale, che limitano di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini precludendoli dalla vita sociale, economica e politica.
Salario minimo, un nuovo welfare - CdT