Grazie allo spunto di Ignazio Bonoli sul PeL, vedo con gioia riprendere finalmente una tematica che considero fondamentale per trovare delle soluzioni alla crisi socioeconomica che stiamo vivendo: il valore aggiunto dell'economia del dono.
Il modello di società che la globalizzazione ci ha imposto, pretende da tutti disponibilità e performaces sempre più elevate in un'ottica di profitto immediato generato attraverso il libero mercato, che certo produce ricchezza, ma provoca anche l'insorgere di un divario sempre più grande fra le fasce sociali.
Attualmente, per risolvere questo problema, ci affidiamo a quelli che si definiscono gli ammortizzatori sociali e all'assistenzialismo, considerando la gratuità e il dono come fattori estranei alla normalità e affidando al settore no-profit o alla filantropia l'esclusività della gratuità nella vita economica e civile e questo fondandoci su assunti filosofici come quello di Novak, che
considera che la morale debba intervenire solo dopo il mercato. In poche parole, secondo questa corrente di pensiero, il dono consiste nell'elargizione da parte delle imprese di una parte dei loro utili a scopi benefici. Un modo di agire benvenuto certo, ma che è ancora una dimostrazione di potere e che non porta nessuna critica sostanziale al meccanismo del mercato che, attraverso la
crescente efficienza, mira alla massimizzazione dei profitti.
considera che la morale debba intervenire solo dopo il mercato. In poche parole, secondo questa corrente di pensiero, il dono consiste nell'elargizione da parte delle imprese di una parte dei loro utili a scopi benefici. Un modo di agire benvenuto certo, ma che è ancora una dimostrazione di potere e che non porta nessuna critica sostanziale al meccanismo del mercato che, attraverso la
crescente efficienza, mira alla massimizzazione dei profitti.
Personalmente condivido la linea di pensiero dell'economia civile, cui fanno riferimento ben due encicliche di Papa Benedetto XVI e così come la illustrano gli economisti italiani Stefano Zamagni e Luigino Bruni, secondo i quali concetti come reciprocità e gratuità non sono antitetici ma possono essere principi fondamentali anche per l'economia e per il mercato.
Naturalmente non si tratta di eliminare il mercato così come lo conosciamo, ma riconoscere che non tutto il sistema può essere fondato sull'economia finanziaria che lo ha allontanato dalla sua funzione originaria di "luogo di scambio di beni", spostandolo dal piano della concretezza a quello dell'ingegneria finanziaria.
Inoltre la globalizzazione ha fatto sì che il singolo Stato perdesse il controllo del proprio mercato, trovandosi nella situazione di non più poter mettere in atto le proprie politiche finanziarie dato che le sue competenze si fermano ai confini, mentre la finanza globalizzata non ne ha.
Per tutte queste ragioni è necessario integrare nel sistema quella che viene definita economia sociale, nel cui contesto la reciprocità, che già Aristotele considerava il legame sociale, deve essere intesa come uno "scambio di doni" che avviene in modo disinteressato e senza contropartita.
Una dimensione non nuova quindi, che deve essere recuperata e reintegrata nel funzionamento del mercato per comprendere meglio e mettere in atto concetti civilmente molto importanti come il commercio equo e solidale, la micro – finanza, l'impresa sociale e l'economia di comunione che si fonda su imprese che hanno forti legami le une con le altre, e che operano sul mercato senza destinare gli utili alla moltiplicazione del capitale, ma impiegandoli per creare nuovi posti di lavoro, dare risposta ai bisogni di prima necessità e sviluppare l'impresa stessa.
Per non essere frainteso, specifico che non considero il ibero mercato unicamente negativo, e che anzi, il concetto di confronto che vi è insito, può generare, grazie a una sana concorrenza tra persone con potenzialità diverse, lo sviluppo delle caratteristiche del singolo che, grazie alle proprie attitudini, acquisisce dignità e rispetto.
Si tratta in questo caso di una sana competizione che permette di rompere la spirale della marginalizzazione e includere nuovamente nel mercato le fasce più deboli, rivalorizzandone il ruolo e liberandole il più possibile dall'assistenzialismo.
Il processo di reintegrazione deve iniziare con un rapporto di reciprocità che sappia fare di tutti i componenti della società civile individui in grado di reggere con dignità la loro parte i un sistema di reciproco vantaggio.
Ritengo che sia attraverso questa via, che contempla i valori di dignità e responsabilizzazione individuale, come pure il rispetto dei limiti posti all'interesse del singolo a favore del bene comune, che potremo raggiungere un buon livello di benessere diffuso grazie al quale sostenere la pace sociale.
Spero che l'intervento di Ignazio Bonoli, questo scritto e altri interventi da me fatti in varie occasioni, incitino il PPD a chinarsi concretamente su questi temi rilanciando un dibattito che potrebbe portare a soluzioni innovative che, anche in Ticino, integrino sempre più le normali imprese con quelle fondate sui principi dell'economia di comunione.
Dr. Med. Franco Denti
Deputato in Gran Consiglio