Franco Denti: «Ma il rischio è di danneggiare pure i nostri professionisti»
Gli accordi bilaterali firmati dalla Svizzera con i singoli Paesi dell'Unione Europea hanno di fatto liberalizzato il mondo del lavoro nella Confederazione, creando una concorrenza spietata tra i cittadini elvetici e quelli comunitari. Non tutte le professioni, però, sono state travolte dall'ondata competitiva. I medici di famiglia, ad esempio, hanno goduto di un recinto chiuso entro il quale pascolare liberamente. Un perimetro favorito dalla moratoria sui nuovi studi decisa dal governo federale. Da tre anni, però, il blocco è stato progressivamente rimosso. E gli effetti si sono avvertiti subito. «Abbiamo registrato un aumento notevole di domande - dice il presidente dell'Ordine dei medici del Canton Ticino (Omct), Franco Denti - sul nostro territorio, quasi tutte presentate da colleghi italiani. Hanno fatto richiesta di parificazione del titolo di studio e, quindi, di autorizzazione a lavorare in Ticino». Una situazione che ha allarmato non poco, tanto da spingere il Consiglio federale a una possibile retromarcia. «Si sta effettivamente pensando di reintrodurre il blocco», conferma Franco Denti. Frontiere nuovamente chiuse, quindi, in un settore professionale in cui, in realtà, la migrazione non si è mai arrestata. La moratoria sull'aper - tura di nuovi studi non ha mai impedito, infatti, ai medici e, soprattutto, agli infermieri italiani di trovare lavoro negli ospedali e nelle cliniche private oltre frontiera. I dati più recenti parlano di un 50% di operatori italiani nelle strutture sanitarie ticinesi. Tra i liberi professionisti, poi, un buon numero di italiani si trovano tra oftalmologi, ortopedici, ginecologi e urologi. «È vero che molti medici negli ospedali ticinesi sono italiani - dice ancora Denti - ma il fenomeno non riguarda soltanto noi e voi. In tutta Europa mancano medici e quelli attivi si spostano dove guadagnano di più. In questo senso, la Svizzera rimane il Paese più attrattivo. Non va sottovalutato tuttavia un problema etico: noi portiamo via personale formato. L'Italia spende molto per istruire i suoi dottori e i suoi infermieri, i quali poi scelgono di lavorare fuori dai confini nazionali». Denti torna brevemente sulla moratoria esprimendo una preoccupazione: «La moratoria blocca tutti. Gli stranieri che chiedono spazio nel nostro Paese ma anche gli studenti e i medici svizzeri in formazione. Con una simile politica si rischia di far letteralmente saltare una generazione di medici». Ma allora, perché non liberalizzare totalmente il mercato? La risposta non è così complicata come si potrebbe immaginare. E, come sempre, si tratta di una questione di soldi. Anche in questo caso, il presidente dell'Ordine ticinese è molto sincero e schietto. «Vede, nella libera professione, in Italia, c'è una maggiore discrezionalità. Chi va dallo specialista paga quanto gli viene chiesto. Da noi, invece, ogni prestazione è rimborsata dalla Cassa malati. La presenza sul mercato di un numero maggiore di medici comporterebbe evidentemente un aumento di costi del sistema sanitario che avrebbe ripercussioni dirette sui medici». Conseguenze sul piano economico. Degli incassi. «La nostra categoria fa perno attorno al concetto di "neutralità dei costi" - dice Denti - In sostanza, la spesa sanitaria non può superare un certo budget complessivo. Con molti più attori sulla scena, se la mia prestazione oggi vale 100 domani potrebbe valere molto meno». Insomma: la torta è più o meno sempre la stessa. La differenza è data dalle fette. E dalla loro grandezza. Tanto per capirsi: uno studio medico, in Ticino, costa alla Cassa malati circa mezzo milione di franchi all'anno. È facile quindi intuire perché nel cantone di lingua italiana i medici di base siano soltanto 320. E perché nessuno voglia allargare le maglie strettissime della frontiera. Ciò detto, Denti ragiona anche sul rapporto tra Ticino e Lombardia e su un possibile sistema sanitario integrato tra i due territori. Lo fa non soltanto nella sua veste di presidente dell'ordine ma anche in quella di parlamentare. Il medico luganese è infatti uno dei 90 componenti del Gran Consiglio, l'assemblea legislativa del Cantone. «In Ticino abbiamo oggi 4 ospedali che fanno tutti le stesse cose: è un lusso che non possiamo permetterci. Anche perché, per garantire la qualità delle prestazioni bisogna avere numeri di un certo tipo. Penso in particolare alla chirurgia altamente specialistica. Credo quindi che la collaborazione con gli ospedali insubrici debba essere favorita se non addirittura stimolata - aggiunge - Abbiamo punti di eccellenza a Varese, a Como e in Ticino. Bisogna avere una visione più aperta e sfruttare al massimo le sinergie». Denti fa un esempio: le cure intensive pediatriche, che in Ticino non ci sono.