L'iniziativa "Sì alla medicina di famiglia", che, con 25 Colleghi depositai 3 anni fa, nel 2010, e che raccolse consensi e sostegno oltre le nostre aspettative (più di 200'000 firme in meno di sette mesi), è giunta al giro di boa. Entro fine mese, il Parlamento si esprimerà sulla versione definitiva del controprogetto, che, ricordo, il Consiglio federale ha sottoposto al Parlamento in alternativa al testo della nostra iniziativa e che entrambe le Camere hanno approvato proponendone tuttavia due versioni contrastanti: una più moderata (quella del Consiglio agli stati) e l'altra più garantista nei confronti di noi medici di famiglia. Dopo di che la palla tornerà nelle nostre mani che, dopo attenta valutazione di quanto si è mosso negli ultimi anni a favore della medicina di famiglia, dovremo decidere se ritirare l'iniziativa, oppure se sottoporla, assieme al controprogetto, a votazione popolare. È quindi il momento di stilare un bilancio e di valutare quanto abbiamo realmente ottenuto. Premetto che da parte del Dipartimento federale degli interni e del Consigliere federale Alain Berset abbiamo trovato collaborazione e intesa, che si sono rivelate fondamentali nella ricerca degli obiettivi e delle soluzioni.
Complice sicuramente il sostegno riscontrato a livello della popolazione, che ha da subito manifestato interesse e entusiasmo per l'iniziativa, riconoscendone il pregio e ottenendo un potente effetto stimolante per l'azione politica. Abbiamo toccato un punto fondamentale della rete sanitaria svizzera, un punto debole, che ha bisogno di essere rinforzato al più presto, poiché giudicato centrale nella gestione e nell'ottimizzazione delle cure. La medicina di famiglia sta perdendo considerazione e ciò si riflette sulla formazione e sulle condizioni di lavoro dei medici (meno pagati e più sollecitati rispetto agli specialisti). La professione del medico di famiglia è sempre meno attrattiva e sempre meno giovani la scelgono per il loro futuro (oggi 2 medici su 3 sono specialisti). Il ricambio generazionale non è più garantito e nelle periferie la figura del medico di famiglia va scomparendo. Oggi, con il Piano direttore adottato dal Dipartimento di Alain Berset e con l'adozione del controprogetto, che mira a tutelare e favorire, attraverso l'introduzione di una disposizione specifica nella costituzione, le cure mediche di base, di cui la medicina di famiglia è componente fondamentale, si è fatto qualche passo in avanti. All'attivo, oltre ad aver tematizzato il problema, abbiamo sicuramente un miglioramento delle condizioni di formazione e di ricerca, con la menzione esplicita della medicina di famiglia tra gli obiettivi della formazione universitaria (cfr. la recente proposta di revisione della Legge federale sulle professioni mediche che il Governo ha sottoposto al Parlamento), con obiettivi chiari di creazione di cattedre e formazioni postuniversitarie e di introduzione di stage obbligatori presso gli studi medici, con il finanziamento da parte della Conferenza universitaria svizzera di un programma inteso a promuovere e coordinare l'attività di insegnamento e di ricerca negli istituti di medicina di famiglia.
Tutte ottime iniziative che vanno nella giusta direzione, ma che se non trovano un concreto riscontro anche nelle condizioni di lavoro del medico di famiglia, finiscono per non dare i risultati sperati. Nessun accordo concreto è tuttavia – purtroppo – ancora stato finora raggiunto sul miglioramento delle condizioni di finanziamento dell'attività dei medici di famiglia, sia dal profilo della rimunerazione delle analisi di laboratorio eseguite negli studi medici, sia dal profilo del tariffario che viene loro applicato e che oggi non riconosce gran parte dei compiti cui essi devono far fronte. Senza un miglioramento di queste condizioni è difficile che la medicina di famiglia possa venir davvero rivalutata e assolvere quel ruolo centrale che le viene riconosciuto nel sistema sanitario. Attendiamo quindi qualche certezza in più sui 200 milioni di franchi che Governo e Parlamento vorrebbero riconoscere ogni anno ai medici di famiglia, prima di ritirare l'iniziativa popolare, poiché senza un adeguato riconoscimento, anche finanziario, dell'attività svolta dai medici di famiglia, non si farà nessun progresso in materia di cure di base. Questo è quanto ribadiremo il 24 settembre 2013 nel corso di un incontro che avremo con il Dipartimento federale degli interni.
Complice sicuramente il sostegno riscontrato a livello della popolazione, che ha da subito manifestato interesse e entusiasmo per l'iniziativa, riconoscendone il pregio e ottenendo un potente effetto stimolante per l'azione politica. Abbiamo toccato un punto fondamentale della rete sanitaria svizzera, un punto debole, che ha bisogno di essere rinforzato al più presto, poiché giudicato centrale nella gestione e nell'ottimizzazione delle cure. La medicina di famiglia sta perdendo considerazione e ciò si riflette sulla formazione e sulle condizioni di lavoro dei medici (meno pagati e più sollecitati rispetto agli specialisti). La professione del medico di famiglia è sempre meno attrattiva e sempre meno giovani la scelgono per il loro futuro (oggi 2 medici su 3 sono specialisti). Il ricambio generazionale non è più garantito e nelle periferie la figura del medico di famiglia va scomparendo. Oggi, con il Piano direttore adottato dal Dipartimento di Alain Berset e con l'adozione del controprogetto, che mira a tutelare e favorire, attraverso l'introduzione di una disposizione specifica nella costituzione, le cure mediche di base, di cui la medicina di famiglia è componente fondamentale, si è fatto qualche passo in avanti. All'attivo, oltre ad aver tematizzato il problema, abbiamo sicuramente un miglioramento delle condizioni di formazione e di ricerca, con la menzione esplicita della medicina di famiglia tra gli obiettivi della formazione universitaria (cfr. la recente proposta di revisione della Legge federale sulle professioni mediche che il Governo ha sottoposto al Parlamento), con obiettivi chiari di creazione di cattedre e formazioni postuniversitarie e di introduzione di stage obbligatori presso gli studi medici, con il finanziamento da parte della Conferenza universitaria svizzera di un programma inteso a promuovere e coordinare l'attività di insegnamento e di ricerca negli istituti di medicina di famiglia.
Tutte ottime iniziative che vanno nella giusta direzione, ma che se non trovano un concreto riscontro anche nelle condizioni di lavoro del medico di famiglia, finiscono per non dare i risultati sperati. Nessun accordo concreto è tuttavia – purtroppo – ancora stato finora raggiunto sul miglioramento delle condizioni di finanziamento dell'attività dei medici di famiglia, sia dal profilo della rimunerazione delle analisi di laboratorio eseguite negli studi medici, sia dal profilo del tariffario che viene loro applicato e che oggi non riconosce gran parte dei compiti cui essi devono far fronte. Senza un miglioramento di queste condizioni è difficile che la medicina di famiglia possa venir davvero rivalutata e assolvere quel ruolo centrale che le viene riconosciuto nel sistema sanitario. Attendiamo quindi qualche certezza in più sui 200 milioni di franchi che Governo e Parlamento vorrebbero riconoscere ogni anno ai medici di famiglia, prima di ritirare l'iniziativa popolare, poiché senza un adeguato riconoscimento, anche finanziario, dell'attività svolta dai medici di famiglia, non si farà nessun progresso in materia di cure di base. Questo è quanto ribadiremo il 24 settembre 2013 nel corso di un incontro che avremo con il Dipartimento federale degli interni.
Franco Denti
vice presidente del Comitato "Sì alla medicina di famiglia" e Presidente dell'Ordine dei medici del Canton Ticino