Ricorrente a cadenza ciclica come il rintocco di una lugubre campana, in questi giorni è tornato alla ribalta il tema del suicidio assistito. E' riaffiorato a galla proprio nel mese dei morti, richiamato di prepotenza sulle prime pagine dei quotidiani da due fatti di cronaca: il primo riguarda la recentissima nascita – ancora tutta però da decifrare - della società ticinese Liberty Life.
L'attenzione pubblica si è comprensibilmente rivolta verso la ricerca di una nuova sede (un fardello amaro che i vari quartieri faranno a gara per scaricarsi a vicenda) e i primi passi della neonata società, la cui principale missione – con tutta evidenza – sarebbe quella di agevolare una "dolce" uscita di scena agli aspiranti suicidi provenienti dai paesi (in primis la vicina Italia) dove tale possibilità non è offerta o legalmente consentita.
Il secondo fatto di cronaca è l'iniziativa generica "per il diritto all'accompagnamento al suicidio" depositata la settimana scorsa alla Segreteria del Gran Consiglio.
L'iniziativa ha il principale scopo di permettere ai pazienti anziani degenti nelle case di riposo, di ricorrere al suicidio assistito, rimanendo all'interno delle mura dello stesso istituto di cura che li ospita.
La motivazione addotta è che, dato che il suicidio assistito viene dispensato solo a persone gravemente ammalate, questo renderebbe le cose più semplici dal punto di vista logistico e moralmente meno umilianti. Perché, citando alla lettera il testo dell'iniziativa: "il trasferimento fuori dalle mura di accoglienza rappresenta non solo un'inutile incomodità, ma anche una umiliante condanna morale".
Tutto questo quando appena 5 mesi fa è stata diffusa la notizia che Exit (organizzazione affine per intenti alla neonata Liberty Life) aveva allargato i propri statuti, includendo anche per gli anziani "sani" ma stanchi di vivere la possibilità di accedere ai propri servigi. Adesso, "finalmente" un chiaro e esplicito capoverso dell'articolo 2 degli stessi, recita: "EXIT si impegna affinché le persone anziane possano avere accesso facilitato alla medicina letale."
Di fronte a questi echi, che ci parano davanti un panorama di morte e desolazione, sento l'urgenza di condividere il mio personale punto di vista di essere umano e di medico.
In base alla mia esperienza, condivisa da molti altri colleghi, raramente la richiesta di assistenza al suicidio emerge quale bisogno dei malati terminali e proprio per questo ritengo necessario focalizzare l'attenzione sull'importanza dell'accompagnamento degli anziani e degli ammalati gravi o cronici e sull'applicazione sempre più capillare delle cure palliative, in modo da evitare che il malato si senta abbandonato a sé stesso e che la solitudine e la disperazione, più che le reali condizioni cliniche, lo spingano a una decisione estrema.
Sento che il compito del medico, più che mai in questi casi, è quello di un affiancamento alla persona bisognosa di cure e a questo intento mi opero con tutte le risorse fornitemi dalla scienza, ma anche dalla razionalità del medico, che tende a fare tutto quanto in suo potere con ragionevolezza per curare il paziente.
Al nudo concetto di Uscita, preferisco la parola Accompagnamento, che rimanda a una stretta relazione personale tra paziente e medico, a una profonda reciproca fiducia, costruita nel corso di anni di conoscenza.
Ho sperimentato personalmente come il fatto di avere accanto una persona amica che sostiene, ascolta e consiglia, permetta al paziente terminale di scrivere delle belle righe persino sulle pagine più nere della propria esistenza, di costruire insieme un bel finale, che getti una luce sul passato e dia un senso compiuto al presente, anche quando non vi è più (almeno a viste umane) una prospettiva di futuro.
La ricchezza e la dolcezza di questi momenti mi spinge a aborrire atti freddi e asettici, in forte sospetto di avere una valenza "commerciale" e sicuramente "burocratizzati", come quelli descritti nelle cronache dei casi trattati dalle organizzazioni che si occupano di suicidio assistito.
Il principio sbandierato da queste associazioni mortifere è quello di "autodeterminazione", un concetto solo apparentemente alla moda, intriso piuttosto di una concezione dell'uomo illuministica e vecchia di oltre 200 anni. Ma è proprio vero (e, in tal caso, a quale altro momento oltre alla morte, lo riteniamo applicabile) il presupposto che l'individuo abbia il diritto di decidere quel che avviene di sé stesso? Anche se questo significa infrangere le leggi fisiche e biologiche che stabiliscono da sempre i ritmi e il momento della fine della vita? Anche se questa pretesa "autodeterminazione" vuol dire infischiarsene di tutti gli altri limiti e condizionamenti, che peraltro hanno determinato e indirizzato tutte le altre azioni vigili e coscienti della vita? Educazione, cultura, norme, valori, ma anche le aspettative della società e le conquiste faticosamente raggiunte in campo medico e scientifico per prolungare l'aspettativa di vita, lenire il dolore e agevolare un'esistenza dignitosa sino ai suoi estremi momenti.
Secondo l'andazzo del nostro tempo, l'essere umano è concepito come un soggetto maturo e razionale, completamente indipendente, che non ha responsabilità se non verso se stesso.
Il principio di autonomia invocato per decidere della propria vita non è assoluto, poiché implica per definizione il coinvolgimento di altre persone: è importante considerare che ogni individuo è parte della collettività, e che ogni decesso per suicidio ha conseguenze importanti anche su coloro che, come genitori, figli, mogli, fratelli e amici sono vicini alla persona che ha scelto questo atto estremo. Senza contare il pericolo dell'emulazione, che potrebbe nascere nelle fasce della comunità più deboli e bisognose di protezione.
Il mio primo obiettivo come medico è eminentemente la difesa della vita, pari per importanza solo al secondo, che è quello di tutelare la salute fisica e psichica dell'uomo e, qualora queste venissero meno, di procurare il sollievo della sofferenza.
Detto questo, sono certo che mi comprenderete, se ribadisco l'importanza che il dramma che spinge una persona a togliersi la vita non venga medicalizzato e che non venga facilitata la messa in atto di quest'assistenza in istituti di cura.
Solo chi, come noi medici, assiste quotidianamente all'attaccamento alla vita nei momenti estremi dell'esistenza, può capire quanto essa sia un bene prezioso come nessun altro e quanto sia importante escogitare e mettere in atto tutti i mezzi umanamente possibili per difenderla, per promuoverne la qualità e alleviarne le sofferenze, piuttosto che legiferare sulle modalità per estinguerla.
Ammesso e non concesso che ciò vada fatto, prego, non attribuite il compito proprio ai medici, che sono votati all'opposto.
Dr. Med. Franco Denti
Deputato Gran Consiglio
L'attenzione pubblica si è comprensibilmente rivolta verso la ricerca di una nuova sede (un fardello amaro che i vari quartieri faranno a gara per scaricarsi a vicenda) e i primi passi della neonata società, la cui principale missione – con tutta evidenza – sarebbe quella di agevolare una "dolce" uscita di scena agli aspiranti suicidi provenienti dai paesi (in primis la vicina Italia) dove tale possibilità non è offerta o legalmente consentita.
Il secondo fatto di cronaca è l'iniziativa generica "per il diritto all'accompagnamento al suicidio" depositata la settimana scorsa alla Segreteria del Gran Consiglio.
L'iniziativa ha il principale scopo di permettere ai pazienti anziani degenti nelle case di riposo, di ricorrere al suicidio assistito, rimanendo all'interno delle mura dello stesso istituto di cura che li ospita.
La motivazione addotta è che, dato che il suicidio assistito viene dispensato solo a persone gravemente ammalate, questo renderebbe le cose più semplici dal punto di vista logistico e moralmente meno umilianti. Perché, citando alla lettera il testo dell'iniziativa: "il trasferimento fuori dalle mura di accoglienza rappresenta non solo un'inutile incomodità, ma anche una umiliante condanna morale".
Tutto questo quando appena 5 mesi fa è stata diffusa la notizia che Exit (organizzazione affine per intenti alla neonata Liberty Life) aveva allargato i propri statuti, includendo anche per gli anziani "sani" ma stanchi di vivere la possibilità di accedere ai propri servigi. Adesso, "finalmente" un chiaro e esplicito capoverso dell'articolo 2 degli stessi, recita: "EXIT si impegna affinché le persone anziane possano avere accesso facilitato alla medicina letale."
Di fronte a questi echi, che ci parano davanti un panorama di morte e desolazione, sento l'urgenza di condividere il mio personale punto di vista di essere umano e di medico.
In base alla mia esperienza, condivisa da molti altri colleghi, raramente la richiesta di assistenza al suicidio emerge quale bisogno dei malati terminali e proprio per questo ritengo necessario focalizzare l'attenzione sull'importanza dell'accompagnamento degli anziani e degli ammalati gravi o cronici e sull'applicazione sempre più capillare delle cure palliative, in modo da evitare che il malato si senta abbandonato a sé stesso e che la solitudine e la disperazione, più che le reali condizioni cliniche, lo spingano a una decisione estrema.
Sento che il compito del medico, più che mai in questi casi, è quello di un affiancamento alla persona bisognosa di cure e a questo intento mi opero con tutte le risorse fornitemi dalla scienza, ma anche dalla razionalità del medico, che tende a fare tutto quanto in suo potere con ragionevolezza per curare il paziente.
Al nudo concetto di Uscita, preferisco la parola Accompagnamento, che rimanda a una stretta relazione personale tra paziente e medico, a una profonda reciproca fiducia, costruita nel corso di anni di conoscenza.
Ho sperimentato personalmente come il fatto di avere accanto una persona amica che sostiene, ascolta e consiglia, permetta al paziente terminale di scrivere delle belle righe persino sulle pagine più nere della propria esistenza, di costruire insieme un bel finale, che getti una luce sul passato e dia un senso compiuto al presente, anche quando non vi è più (almeno a viste umane) una prospettiva di futuro.
La ricchezza e la dolcezza di questi momenti mi spinge a aborrire atti freddi e asettici, in forte sospetto di avere una valenza "commerciale" e sicuramente "burocratizzati", come quelli descritti nelle cronache dei casi trattati dalle organizzazioni che si occupano di suicidio assistito.
Il principio sbandierato da queste associazioni mortifere è quello di "autodeterminazione", un concetto solo apparentemente alla moda, intriso piuttosto di una concezione dell'uomo illuministica e vecchia di oltre 200 anni. Ma è proprio vero (e, in tal caso, a quale altro momento oltre alla morte, lo riteniamo applicabile) il presupposto che l'individuo abbia il diritto di decidere quel che avviene di sé stesso? Anche se questo significa infrangere le leggi fisiche e biologiche che stabiliscono da sempre i ritmi e il momento della fine della vita? Anche se questa pretesa "autodeterminazione" vuol dire infischiarsene di tutti gli altri limiti e condizionamenti, che peraltro hanno determinato e indirizzato tutte le altre azioni vigili e coscienti della vita? Educazione, cultura, norme, valori, ma anche le aspettative della società e le conquiste faticosamente raggiunte in campo medico e scientifico per prolungare l'aspettativa di vita, lenire il dolore e agevolare un'esistenza dignitosa sino ai suoi estremi momenti.
Secondo l'andazzo del nostro tempo, l'essere umano è concepito come un soggetto maturo e razionale, completamente indipendente, che non ha responsabilità se non verso se stesso.
Il principio di autonomia invocato per decidere della propria vita non è assoluto, poiché implica per definizione il coinvolgimento di altre persone: è importante considerare che ogni individuo è parte della collettività, e che ogni decesso per suicidio ha conseguenze importanti anche su coloro che, come genitori, figli, mogli, fratelli e amici sono vicini alla persona che ha scelto questo atto estremo. Senza contare il pericolo dell'emulazione, che potrebbe nascere nelle fasce della comunità più deboli e bisognose di protezione.
Il mio primo obiettivo come medico è eminentemente la difesa della vita, pari per importanza solo al secondo, che è quello di tutelare la salute fisica e psichica dell'uomo e, qualora queste venissero meno, di procurare il sollievo della sofferenza.
Detto questo, sono certo che mi comprenderete, se ribadisco l'importanza che il dramma che spinge una persona a togliersi la vita non venga medicalizzato e che non venga facilitata la messa in atto di quest'assistenza in istituti di cura.
Solo chi, come noi medici, assiste quotidianamente all'attaccamento alla vita nei momenti estremi dell'esistenza, può capire quanto essa sia un bene prezioso come nessun altro e quanto sia importante escogitare e mettere in atto tutti i mezzi umanamente possibili per difenderla, per promuoverne la qualità e alleviarne le sofferenze, piuttosto che legiferare sulle modalità per estinguerla.
Ammesso e non concesso che ciò vada fatto, prego, non attribuite il compito proprio ai medici, che sono votati all'opposto.
Dr. Med. Franco Denti
Deputato Gran Consiglio