A guardarla in filigrana, la seduta parlamentare di ieri si è in gran parte snodata – perlomeno nella prima parte – attorno a un tema. Quello della rappresentatività del Gran Consiglio e, di riflesso, dei diritti popolari. Una la domanda di fondo: chi siede nei legislativi – sia in Gran Consiglio che nei Consigli comunali – rappresenta ancora 'il cittadino comune', quello che in campagna viene raggruppato ne 'i noss gent'? Le risposte partorite ieri dall'aula sono state un po' contrastanti. O, perlomeno, non unanimi. Cominciamo dalla prima. Franco Denti (Ppd) chiedeva di accordare al popolo la possibilità di depositare iniziative parlamentari e di inoltrare interpellanze e interrogazioni. Una proposta che non è piaciuta alla maggioranza, la quale ha optato per lo 'statu quo'. Il motivo di fondo: i cittadini sono rappresentati a sufficienza dal Gran Consiglio. Insomma, risposta positiva. Punto e a capo. Anzi, no. Perché la domanda di cui sopra è tornata in auge di lì a poco, quando si è trattato di eleggere un procuratore pubblico. Per un uscente in quota leghista, sarebbe toccato a un(a) subentrante della medesima area politica. Invece non è andata proprio così. E giù critiche (vedi articolo sopra) all'eccessiva 'partitocrazia' latente nel nostro sistema. Il che, tradotto, significa risposta negativa: i deputati non rappresentano più il popolo. Ma la verità dove sta? Dipende, come spesso capita, dai punti di vista. O dalla convenienza. Perché talvolta ci sorge un dubbio. Vuoi vedere che il parlamento non rappresenta i cittadini solo quando non fa i comodi di uno o dell'altro?