Politiche di lunga durata
Una politica integrata per ritardare o gestire al meglio la perdita di autonomia, con un approccio a più stadi: prevenzione, assistenza domiciliare, medicina di base e case per anziani.
Condivido in gran parte quanto scritto in un recente studio della fondazione 'Promozione Salute Svizzera', secondo il quale una politica che risponda alla sfida dell'invecchiamento demografico è
poco sviluppata nel nostro Paese, si muove in molte direzioni senza coerenza e mostra grandi lacune: insomma, sinora si è fatto poco per l'autonomia della persona anziana nel senso di una politica globale
della vecchiaia», sottolinea Pietro Martinelli, presidente dell'Associazione ticinese terza età (Atte). «Vi sono comunque alcune recenti iniziative da segnalare», nota l'ex Consigliere di Stato, «per esempio dalla Confederazione è partita una prima proposta di politica coordinata, quella per le cure palliative, e nel Canton Friborgo è in gestazione una legge sulla vecchiaia che potrebbe, se varata, fare scuola. Due terzi dei cantoni dispongono di un rapporto sulla terza età, mentre il Canton Ticino può contare solo su rapporti settoriali. E questo è piuttosto preoccupante se si considera che nel nostro Cantone la percentuale di anziani è ben più alta della media elvetica e tale si manterrà in futuro», nota Martinelli.
poco sviluppata nel nostro Paese, si muove in molte direzioni senza coerenza e mostra grandi lacune: insomma, sinora si è fatto poco per l'autonomia della persona anziana nel senso di una politica globale
della vecchiaia», sottolinea Pietro Martinelli, presidente dell'Associazione ticinese terza età (Atte). «Vi sono comunque alcune recenti iniziative da segnalare», nota l'ex Consigliere di Stato, «per esempio dalla Confederazione è partita una prima proposta di politica coordinata, quella per le cure palliative, e nel Canton Friborgo è in gestazione una legge sulla vecchiaia che potrebbe, se varata, fare scuola. Due terzi dei cantoni dispongono di un rapporto sulla terza età, mentre il Canton Ticino può contare solo su rapporti settoriali. E questo è piuttosto preoccupante se si considera che nel nostro Cantone la percentuale di anziani è ben più alta della media elvetica e tale si manterrà in futuro», nota Martinelli.
L'autonomia dell'anziano. Uno studio pubblicato nel gennaio 2012 dal Canton Vaud ('Invecchiamento e salute') si propone di affrontare l'invecchiamento come una sfida per la società e di modificare una politica sanitaria "organizzata ancora prioritariamente sulla presa a carico delle malattie acute". In quello studio l'intervento pubblico viene suddiviso in tre fasi: la prevenzione primaria per permettere di invecchiare in salute, la prevenzione secondaria per gestire il più possibile le malattie a casa propria, grazie al coordinamento delle cure, e l'adattamento delle prestazioni ospedaliere per difendere l'indipendenza degli anziani anche negli ultimi mesi/giorni di vita. Le tre fasi corrispondono a tre stadi dell'invecchiamento: la fase dell'autonomia, la fase dell'autonomia declinante e la fase della dipendenza. «Ovviamente l'obiettivo è allungare il più possibile la prima fase e ridurre al minimo la terza. Occorre quindi mettere in campo tutti gli strumenti per rafforzare il grado di autonomia di una persona anziana, che dipende da diversi fattori: da una situazione economica dignitosa, da un'abitazione adeguata (si veda il prossimo articolo) per tipologia, ubicazione e supporti tecnologici, da strutture sanitarie adeguate per le malattie di media/lunga durata (servizi di cura e aiuto a domicilio, medico di famiglia, strutture hospice e di cure palliative), dal tipo di alimentazione e dall'abitudine a esercitare un'attività fisica adeguata ogni giorno, dalla capacità di mantenere un'intensa attività intellettuale, dal grado di integrazione e dalla capacità di rendersi comunque utili, per esempio attraverso il volontariato», spiega Martinelli.
L'assistenza domiciliare. Uno degli obiettivi della politica socio-sanitaria svizzera è permettere alle persone anziane di vivere il più a lungo possibile a casa propria beneficiando di prestazioni di assistenza e cura a domicilio, che permettono così di evitare, ridurre o ritardare l'ingresso nelle case per anziani. Alcuni dati confermano l'efficacia di questa strategia. Nel 2011 in Svizzera circa 250 mila persone hanno ricevuto prestazioni di assistenza e cura a domicilio: i tre quarti dei beneficiari avevano più di 65 anni e hanno usufruito dell'82% delle ore fatturate per le prestazioni. Oltre la metà delle ore fatturate è stata fornita a persone di età superiore agli 80 anni. Per quanto riguarda l'evoluzione nel tempo, si può notare,
con riferimento al Ticino, che se nel 2010 solo il 10,8% degli anziani con più di 65 anni facevano ricorso a questo servizio, il tasso negli ultimi dieci anni è comunque in costante crescita (8,9% nel 2001).
Un altro dato significativo è il 'tasso di istituzionalizzazione', ossia la percentuale della popolazione ospite in case per anziani in rapporto alla popolazione residente, per classe d'età. In Ticino, per esempio, il tasso di istituzionalizzazione degli ospiti ultra-ottantenni, aumentato fino al 1998, si è successivamente stabilizzato per poi diminuire dal 2006 al 2009: oggi su 1000 abitanti ultra-ottantenni, sono 167 quelli che risiedono in case per anziani. Si tratta di un numero inferiore alla media svizzera, ma il dato è probabilmente condizionato dal fatto che in Ticino esistono solamente istituti per anziani medicalizzati, mentre nel resto della Svizzera l'universo è composto sia da istituti medicalizzati che da istituti non medicalizzati. «La diffusione e il rafforzamento dell'assistenza domiciliare è stato uno dei temi cui ho dato la precedenza nell'ultimo mandato che ho svolto come consigliere di Stato, alla fine degli anni Novanta», ricorda Martinelli, «oggi l'assistenza domiciliare è efficace, soprattutto per quanto riguarda le cure mediche, ma troppo spesso viene svolta 'con il cronometro in mano' trascurando quegli
elementi di sostegno sociale che pure sono fondamentali per mantenere alto il grado di autonomia dell'anziano». «Confermo che in Ticino l'assistenza domiciliare è stata molto ben implementata per quanto riguarda le cure mediche», interviene Franco Denti, presidente dell'Ordine dei medici del Cantone Ticino, «credo però che per quanto riguarda il sostegno di tipo sociale anche in questo settore si debbano valorizzare maggiormente le attività basate sul volontariato: insomma, non tutto deve essere gestito dallo Stato, anche perché le risorse pubbliche sono sempre più scarse, e non tutto deve essere necessariamente gestito da professionisti».
con riferimento al Ticino, che se nel 2010 solo il 10,8% degli anziani con più di 65 anni facevano ricorso a questo servizio, il tasso negli ultimi dieci anni è comunque in costante crescita (8,9% nel 2001).
Un altro dato significativo è il 'tasso di istituzionalizzazione', ossia la percentuale della popolazione ospite in case per anziani in rapporto alla popolazione residente, per classe d'età. In Ticino, per esempio, il tasso di istituzionalizzazione degli ospiti ultra-ottantenni, aumentato fino al 1998, si è successivamente stabilizzato per poi diminuire dal 2006 al 2009: oggi su 1000 abitanti ultra-ottantenni, sono 167 quelli che risiedono in case per anziani. Si tratta di un numero inferiore alla media svizzera, ma il dato è probabilmente condizionato dal fatto che in Ticino esistono solamente istituti per anziani medicalizzati, mentre nel resto della Svizzera l'universo è composto sia da istituti medicalizzati che da istituti non medicalizzati. «La diffusione e il rafforzamento dell'assistenza domiciliare è stato uno dei temi cui ho dato la precedenza nell'ultimo mandato che ho svolto come consigliere di Stato, alla fine degli anni Novanta», ricorda Martinelli, «oggi l'assistenza domiciliare è efficace, soprattutto per quanto riguarda le cure mediche, ma troppo spesso viene svolta 'con il cronometro in mano' trascurando quegli
elementi di sostegno sociale che pure sono fondamentali per mantenere alto il grado di autonomia dell'anziano». «Confermo che in Ticino l'assistenza domiciliare è stata molto ben implementata per quanto riguarda le cure mediche», interviene Franco Denti, presidente dell'Ordine dei medici del Cantone Ticino, «credo però che per quanto riguarda il sostegno di tipo sociale anche in questo settore si debbano valorizzare maggiormente le attività basate sul volontariato: insomma, non tutto deve essere gestito dallo Stato, anche perché le risorse pubbliche sono sempre più scarse, e non tutto deve essere necessariamente gestito da professionisti».
I medici. Si è detto che il grado di autonomia dell'anziano dipende anche dalla presenza sul territorio di medici di famiglia. «La medicina di prossimità è molto importante per la cura degli anziani. E poiché da tempo si registra una crescente carenza di medici di famiglia in Svizzera e prossimamente
anche nel nostro Cantone, l'Ordine dei medici del Cantone Ticino ha commissionato al Dipartimento sanità della Supsi l'allestimento di uno studio (pubblicato nell'ottobre 2012) per fotografare la situazione attuale e riflettere su quella con la quale potremmo essere confrontati nel 2030», spiega Denti. Secondo i dati di Santésuisse, nel corso del 2010 i medici di famiglia in Ticino hanno fatturato all'incirca un milione di visite, ciò che equivale a poco più di 3 consultazioni per abitante. Ma tra la popolazione di 65 anni e più si supera la soglia delle 6 consultazioni, per arrivare a 14 consultazioni per i novantenni, oltre un terzo delle quali a domicilio. L'invecchiamento della popolazione si rifletterebbe quindi in un fabbisogno proporzionalmente molto superiore di consultazioni e quindi in un necessario aumento del numero di
medici di famiglia i quali, secondo Denti, nel 2030 dovranno essere in Ticino 410, 90 in più rispetto al 2010. A questi bisogna aggiungere coloro che sostituiranno chi andrà in pensione. Il fabbisogno
totale sarà quindi di circa 330 unità, circa 16 all'anno. Per garantire il rinnovo di medici di famiglia ci si può rivolgere a diversi 'bacini di reclutamento'. Il primo è quello dei giovani cresciuti nel Cantone: sulla base dei dati degli ultimi anni è lecito attendersi l'ingresso di 5-6 nuove leve all'anno provenienti dalle facoltà svizzere e di 1-2 da quelle italiane, per un totale quindi di 6-8 medici di famiglia all'anno. Nella migliore delle ipotesi questo incremento verrebbe quindi a coprire la metà del fabbisogno annuale necessario a garantire lo stesso livello di prestazioni di oggi nel 2030. Bisognerebbe quindi intervenire sul sistema di formazione e sulle scelte degli studenti in medicina umana, incitandoli a orientarsi maggiormente verso la medicina di famiglia piuttosto che verso altre specializzazioni. L'alternativa rimane quella - si ricorda nello studio - del ricorso a medici confederati o stranieri, ma in quest'ultimo
caso si pone un problema di ordine etico nel 'sottrarre' risorse umane ad altri Paesi che ne hanno altrettanto bisogno, senza assumersi l'onere della formazione. «Per incrementare il numero di medici di famiglia di provenienza ticinese i possibili obiettivi da contemplare potrebbero essere sia l'aumento del
numero di matricole laddove vige il numerus clausus, sia preparare meglio gli studenti liceali all'esame di
ammissione alle facoltà di medicina. Un'altra possibilità consiste nel favorire il finanziamento di posti di medico assistente in formazione negli studi di medico di famiglia. E ancora, la creazione in Ticino della sesta scuola universitaria di medici di famiglia, attraverso l'istituzione del master in medicina ticinese,
che consideri la medicina di famiglia tra i suoi sbocchi», indica Denti, «ma vi sono anche misure di altro tenore da prendere in considerazione per continuare a garantire una copertura-medico sanitaria di qualità, come per esempio l'estensione di vere reti di cure che ridefiniscano e valorizzino ruoli, competenze e responsabilità specifiche di ogni figura medico-sanitaria, mettendo a profitto l'enorme potenziale delle nuove tecnologie dell'informazione e della comunicazione nella gestione del paziente e degli itinerari clinici. Inoltre bisogna puntare sulla promozione della prevenzione e sulla responsabilizzazione del paziente. La vera sfida che ci attende sarà quella di dare risposte adeguate e di qualità al sempre maggior incremento di malattie croniche fisiche e psichiche». Denti è invece meno preoccupato per la futura disponibilità di specialisti e in particolare di geriatri, ma torna a preoccuparsi quando evoca il tema della depressione e delle malattie psichiatriche negli anziani: «Purtroppo
in Ticino scarseggiano gli specialisti in grado di seguire questo tipo specifico di pazienti, e allo stesso tempo scarseggiano anche le strutture in grado di accoglierli», avverte Denti, «non dimentichiamoci poi dell'importanza della figura degli infermieri. Purtroppo in Ticino se ne formano troppo pochi e quindi va fatto uno sforzo anche su questo fronte, favorendo l'avvicinamento alla professione da parte dei giovani
e ampliando il bacino d'utenza, strutturando la formazione su più livelli, in modo da poter disporre di infermieri altamente specializzati e di infermieri 'generalisti' », conclude Denti, che aggiunge come la sanità non vada vista soltanto come un costo, ma anche come un 'generatore di indotti', un'opportunità per la creazione di posti di lavoro a tutto vantaggio della qualità di vita nel Cantone.
anche nel nostro Cantone, l'Ordine dei medici del Cantone Ticino ha commissionato al Dipartimento sanità della Supsi l'allestimento di uno studio (pubblicato nell'ottobre 2012) per fotografare la situazione attuale e riflettere su quella con la quale potremmo essere confrontati nel 2030», spiega Denti. Secondo i dati di Santésuisse, nel corso del 2010 i medici di famiglia in Ticino hanno fatturato all'incirca un milione di visite, ciò che equivale a poco più di 3 consultazioni per abitante. Ma tra la popolazione di 65 anni e più si supera la soglia delle 6 consultazioni, per arrivare a 14 consultazioni per i novantenni, oltre un terzo delle quali a domicilio. L'invecchiamento della popolazione si rifletterebbe quindi in un fabbisogno proporzionalmente molto superiore di consultazioni e quindi in un necessario aumento del numero di
medici di famiglia i quali, secondo Denti, nel 2030 dovranno essere in Ticino 410, 90 in più rispetto al 2010. A questi bisogna aggiungere coloro che sostituiranno chi andrà in pensione. Il fabbisogno
totale sarà quindi di circa 330 unità, circa 16 all'anno. Per garantire il rinnovo di medici di famiglia ci si può rivolgere a diversi 'bacini di reclutamento'. Il primo è quello dei giovani cresciuti nel Cantone: sulla base dei dati degli ultimi anni è lecito attendersi l'ingresso di 5-6 nuove leve all'anno provenienti dalle facoltà svizzere e di 1-2 da quelle italiane, per un totale quindi di 6-8 medici di famiglia all'anno. Nella migliore delle ipotesi questo incremento verrebbe quindi a coprire la metà del fabbisogno annuale necessario a garantire lo stesso livello di prestazioni di oggi nel 2030. Bisognerebbe quindi intervenire sul sistema di formazione e sulle scelte degli studenti in medicina umana, incitandoli a orientarsi maggiormente verso la medicina di famiglia piuttosto che verso altre specializzazioni. L'alternativa rimane quella - si ricorda nello studio - del ricorso a medici confederati o stranieri, ma in quest'ultimo
caso si pone un problema di ordine etico nel 'sottrarre' risorse umane ad altri Paesi che ne hanno altrettanto bisogno, senza assumersi l'onere della formazione. «Per incrementare il numero di medici di famiglia di provenienza ticinese i possibili obiettivi da contemplare potrebbero essere sia l'aumento del
numero di matricole laddove vige il numerus clausus, sia preparare meglio gli studenti liceali all'esame di
ammissione alle facoltà di medicina. Un'altra possibilità consiste nel favorire il finanziamento di posti di medico assistente in formazione negli studi di medico di famiglia. E ancora, la creazione in Ticino della sesta scuola universitaria di medici di famiglia, attraverso l'istituzione del master in medicina ticinese,
che consideri la medicina di famiglia tra i suoi sbocchi», indica Denti, «ma vi sono anche misure di altro tenore da prendere in considerazione per continuare a garantire una copertura-medico sanitaria di qualità, come per esempio l'estensione di vere reti di cure che ridefiniscano e valorizzino ruoli, competenze e responsabilità specifiche di ogni figura medico-sanitaria, mettendo a profitto l'enorme potenziale delle nuove tecnologie dell'informazione e della comunicazione nella gestione del paziente e degli itinerari clinici. Inoltre bisogna puntare sulla promozione della prevenzione e sulla responsabilizzazione del paziente. La vera sfida che ci attende sarà quella di dare risposte adeguate e di qualità al sempre maggior incremento di malattie croniche fisiche e psichiche». Denti è invece meno preoccupato per la futura disponibilità di specialisti e in particolare di geriatri, ma torna a preoccuparsi quando evoca il tema della depressione e delle malattie psichiatriche negli anziani: «Purtroppo
in Ticino scarseggiano gli specialisti in grado di seguire questo tipo specifico di pazienti, e allo stesso tempo scarseggiano anche le strutture in grado di accoglierli», avverte Denti, «non dimentichiamoci poi dell'importanza della figura degli infermieri. Purtroppo in Ticino se ne formano troppo pochi e quindi va fatto uno sforzo anche su questo fronte, favorendo l'avvicinamento alla professione da parte dei giovani
e ampliando il bacino d'utenza, strutturando la formazione su più livelli, in modo da poter disporre di infermieri altamente specializzati e di infermieri 'generalisti' », conclude Denti, che aggiunge come la sanità non vada vista soltanto come un costo, ma anche come un 'generatore di indotti', un'opportunità per la creazione di posti di lavoro a tutto vantaggio della qualità di vita nel Cantone.
Marzio Molinari