Ritorno sul tema del questionario dell'Università della Svizzera italiana circa la comunicazione tra medico e paziente, sul quale mi ero pronunciato due settimane orsono, in quanto chiamato in causa dalla risposta ricevuta venerdì scorso sulle pagine di questo giornale dal prof. dr. Schulz, direttore dell'Istituto di comunicazione sanitaria dell'USI.
Sono soddisfatto per la sua pubblica ammenda e concordo pienamente con lui sul fatto che le scuse siano dovute soprattutto ai cittadini-pazienti, che sono stati importunati dal questionario stesso. Ho inviato la mia presa di posizione pubblica, in quanto sollecitato da un cittadino oltraggiato, il quale aveva indirizzato le proprie personali rimostranze allo stesso istituto, che, al momento del mio primo articolo, erano rimaste lettera morta.
Oltre al cittadino-paziente, che mi aveva interpellato, diversi medici, incuriositi dal mio intervento, si sono interessati al caso e chi ha letto il testo dell'inchiesta si è detto altrettanto offeso dagli «orrori» linguistici (usando le parole dello stesso prof. Schulz) ivi contenuti. A onor del vero, tra i molti che mi hanno manifestato solidarietà e comunanza di vedute, vi è stato persino chi mi ha detto che, facendo forza al mio spirito irruento, mi ero dimostrato fin troppo magnanimo verso un'istituzione accademica, rea di uno «scivolone» (prof. Schulz) di tale portata.
A questo punto torno nuovamente sulla nota dolente della comunicazione. La comunicazione, il prof. Schulz me lo insegna, esiste e funziona laddove c'è un comunicante (che si esprime in termini tali da essere compreso) e un ricevente (che lo comprende o si sforza di comprenderlo). Dopo avere letto la replica del direttore, che afferma che io avrei tratto conclusioni indebite, deducendo dagli strafalcioni linguistici la scarsa qualità della ricerca sul rapporto tra medico e paziente, sono andato a rileggere il mio intervento, per vedere in quale passaggio avrei fatto un'affermazione in termini tanto generali e perentori, ma non sono riuscito a trovarlo.
Nell'articolo mi sono limitato ad additare, tra il serio e il faceto, un singolo episodio di mala comunicazione, rappresentato appunto dal questionario inviato nelle case dei privati cittadini per svolgere lo studio. Ignoro come si svolga il resto della ricerca dell'USI e mi sono ben guardato dal tranciare giudizi sull'attività dell'Istituto di comunicazione nel suo insieme.
Nessuno mi toglie dalla testa però che il fatto che tre illustri luminari (si dice il peccato ma non il peccatore, ma il direttore sa bene a chi mi riferisco) divulghino al pubblico un testo grammaticalmente e linguisticamente tanto osceno, sia poco serio.
Delle due l'una: o i suddetti responsabili hanno una così scarsa conoscenza della lingua del cantone in cui vivono e dell'eloquio ufficiale della facoltà in seno alla quale ricoprono cariche così altolocate (mi rifiuto di considerare un'ipotesi tanto ripugnante), oppure hanno firmato la missiva dandovi una lettura tanto sommaria e frettolosa da non accorgersi di sviste come «svizzera» scritta con la minuscola, nel bel mezzo della prima pagina! Entrambe le ipotesi non testimoniano certamente a favore dell'USI in questa specifica e malaugurata circostanza.
Dice bene il direttore quando afferma che l'USI non si può «permettere che la forma metta in dubbio la sostanza». Nel mio articolo mi sono limitato a criticare la forma, ma devo dire che di fronte a domande rompicapo quali: «Il suo dottore le rende difficile comunicare le sue preoccupazioni a proposito delle diverse decisioni riguardanti le cure da seguire?» o «Sarei piuttosto del parere che sarebbe opportuno lasciare ai dottori e agli infermieri la decisione a riguardo di cosa sia meglio per me, piuttosto che farsi offrire una vasta gamma di opzioni di trattamento tra cui scegliere», il dubbio se il vizio sia nella sostanza o nella forma diventa amletico. Lascio al lettore che abbia avuto la benevolenza di seguire fin qui il nostro botta e risposta, il beneficio di farsi la propria idea.
Per concludere, le importanti ed eminenti collaborazioni che vengono citate a difesa dell'istituto, a mio parere, lungi dal giustificare lo scivolone lo rendono ancora più grave. Ciò che si tollererebbe con benevolenza in un comunicato per la tombola parrocchiale, non si può passare sotto silenzio da parte di un'istituzione che vanta tali e tante qualificate referenze e sinergie.
Detto questo, l'obiettivo delle scuse da parte dell'Unuversità della Svizzera italiana ai singoli cittadini coinvolti nell'inchiesta è raggiunto. Sono lieto quando grazie alla mia funzione di rappresentanza e al «peso» della mia presenza mediatica riesco a fare da cassa di risonanza alle giuste rimostranze dei cittadini. Al mio Cantone e alle sue istituzioni culturali, io ci tengo. La loro efficienza e la loro qualità sono una ricchezza per tutti. Se esse crescono e danno frutti positivi, tutti ne siamo orgogliosi e ne traiamo beneficio. Ma quando sbagliano, dovrebbero avere l'umiltà di accettare di sentirsi dire pane al pane e vino al vino.
Ogni tanto fa bene anche al re se qualcuno, non facendosi intimorire dai loghi altisonanti sulla carta da lettera o dalle collaborazioni blasonate, trova il coraggio di dirgli che è nudo.
Sono soddisfatto per la sua pubblica ammenda e concordo pienamente con lui sul fatto che le scuse siano dovute soprattutto ai cittadini-pazienti, che sono stati importunati dal questionario stesso. Ho inviato la mia presa di posizione pubblica, in quanto sollecitato da un cittadino oltraggiato, il quale aveva indirizzato le proprie personali rimostranze allo stesso istituto, che, al momento del mio primo articolo, erano rimaste lettera morta.
Oltre al cittadino-paziente, che mi aveva interpellato, diversi medici, incuriositi dal mio intervento, si sono interessati al caso e chi ha letto il testo dell'inchiesta si è detto altrettanto offeso dagli «orrori» linguistici (usando le parole dello stesso prof. Schulz) ivi contenuti. A onor del vero, tra i molti che mi hanno manifestato solidarietà e comunanza di vedute, vi è stato persino chi mi ha detto che, facendo forza al mio spirito irruento, mi ero dimostrato fin troppo magnanimo verso un'istituzione accademica, rea di uno «scivolone» (prof. Schulz) di tale portata.
A questo punto torno nuovamente sulla nota dolente della comunicazione. La comunicazione, il prof. Schulz me lo insegna, esiste e funziona laddove c'è un comunicante (che si esprime in termini tali da essere compreso) e un ricevente (che lo comprende o si sforza di comprenderlo). Dopo avere letto la replica del direttore, che afferma che io avrei tratto conclusioni indebite, deducendo dagli strafalcioni linguistici la scarsa qualità della ricerca sul rapporto tra medico e paziente, sono andato a rileggere il mio intervento, per vedere in quale passaggio avrei fatto un'affermazione in termini tanto generali e perentori, ma non sono riuscito a trovarlo.
Nell'articolo mi sono limitato ad additare, tra il serio e il faceto, un singolo episodio di mala comunicazione, rappresentato appunto dal questionario inviato nelle case dei privati cittadini per svolgere lo studio. Ignoro come si svolga il resto della ricerca dell'USI e mi sono ben guardato dal tranciare giudizi sull'attività dell'Istituto di comunicazione nel suo insieme.
Nessuno mi toglie dalla testa però che il fatto che tre illustri luminari (si dice il peccato ma non il peccatore, ma il direttore sa bene a chi mi riferisco) divulghino al pubblico un testo grammaticalmente e linguisticamente tanto osceno, sia poco serio.
Delle due l'una: o i suddetti responsabili hanno una così scarsa conoscenza della lingua del cantone in cui vivono e dell'eloquio ufficiale della facoltà in seno alla quale ricoprono cariche così altolocate (mi rifiuto di considerare un'ipotesi tanto ripugnante), oppure hanno firmato la missiva dandovi una lettura tanto sommaria e frettolosa da non accorgersi di sviste come «svizzera» scritta con la minuscola, nel bel mezzo della prima pagina! Entrambe le ipotesi non testimoniano certamente a favore dell'USI in questa specifica e malaugurata circostanza.
Dice bene il direttore quando afferma che l'USI non si può «permettere che la forma metta in dubbio la sostanza». Nel mio articolo mi sono limitato a criticare la forma, ma devo dire che di fronte a domande rompicapo quali: «Il suo dottore le rende difficile comunicare le sue preoccupazioni a proposito delle diverse decisioni riguardanti le cure da seguire?» o «Sarei piuttosto del parere che sarebbe opportuno lasciare ai dottori e agli infermieri la decisione a riguardo di cosa sia meglio per me, piuttosto che farsi offrire una vasta gamma di opzioni di trattamento tra cui scegliere», il dubbio se il vizio sia nella sostanza o nella forma diventa amletico. Lascio al lettore che abbia avuto la benevolenza di seguire fin qui il nostro botta e risposta, il beneficio di farsi la propria idea.
Per concludere, le importanti ed eminenti collaborazioni che vengono citate a difesa dell'istituto, a mio parere, lungi dal giustificare lo scivolone lo rendono ancora più grave. Ciò che si tollererebbe con benevolenza in un comunicato per la tombola parrocchiale, non si può passare sotto silenzio da parte di un'istituzione che vanta tali e tante qualificate referenze e sinergie.
Detto questo, l'obiettivo delle scuse da parte dell'Unuversità della Svizzera italiana ai singoli cittadini coinvolti nell'inchiesta è raggiunto. Sono lieto quando grazie alla mia funzione di rappresentanza e al «peso» della mia presenza mediatica riesco a fare da cassa di risonanza alle giuste rimostranze dei cittadini. Al mio Cantone e alle sue istituzioni culturali, io ci tengo. La loro efficienza e la loro qualità sono una ricchezza per tutti. Se esse crescono e danno frutti positivi, tutti ne siamo orgogliosi e ne traiamo beneficio. Ma quando sbagliano, dovrebbero avere l'umiltà di accettare di sentirsi dire pane al pane e vino al vino.
Ogni tanto fa bene anche al re se qualcuno, non facendosi intimorire dai loghi altisonanti sulla carta da lettera o dalle collaborazioni blasonate, trova il coraggio di dirgli che è nudo.
Franco Denti, candidato dei Verdi al Consiglio di Stato