I dubbi del presidente dell’Ordine dei Medici del Ticino per quella che viene chiamata l’iniziativa salva economia «Il modello italiano offre maggiori garanzie sia per la guarigione sia per monitorare l’evoluzione del contagio»
È un bel problema». Al termine (mancano una decina di minuti alle venti) di una giornata - l’ultima di una lunga serie - di pieno lavoro, con il Canton Ticino che viaggia in questa quinta ondata sopra i mille casi giornalieri, il presidente dell’Ordine dei medici ticinesi, Franco Denti, riflette sulle nuove misure volute dal Governo federale ed in particolare sull’isolamento di soli cinque giorni per chi è risultato positivo (con le ultime quarantotto ore senza sintomi) in vigore dal 13 gennaio dentro quellache da molti è stata ribattezzata come un’iniziativa “salva-economia”. Anche la quarantena è stata ridotta a cinque giorni.
Presidente, lei lo scorso 20 dicembre ha criticato in maniera diretta le misure adottate dal Consiglio federale, affermando che sarebbe stato più utile alla causa un “mini lock-down”. Qual è la sua opinione dopo questa mossa a sorpresa (neppure i quotidiani più vicini al Governo l’avevano anticipata) del Consiglio federale? Stiamo tutti capendo che Omicron è una variante a sé. Sappiamo che - mi sia concesso il termine - è più “appiccicosa” e lo dimostra l’alto numero di contagi non solo in Svizzera, ma anche in quei Paesi con un tasso di vaccinazione più elevato della Confederazione accompagnato da misure restrittive più severe delle nostre. Il tema di fondo è che le nuove misure sono state decise dal Governo partendo dal presupposto che le terapie intensive non sono piene e che ci sono meno ricoveri in ospedale. Il liberi tutti è sbagliato, soprattutto in questo momento.
Si è parlato di un pressing importante dell’economia dietro questo taglio drastico soprattutto dell’isolamento dei soggetti positivi. E’ così? Non c’è alcun dubbio. Ci sono state pressioni importanti del mondo economico, che da un lato sono comprensibili dopo due anni come gli ultimi, dall’altro aprono una serie di interrogativi. Ricordando che la Svizzera ha uno dei tassi di vaccinazione più bassi in Europa (67,7% il dato percentuale alla fine della scorsa settimana con il Ticino a quota 71,1%). A ciò si accompagna il fatto che la Confederazione vanta le misure di contenimento più blande. A completare il quadro - stando alla realtà ticinese - ci sono i 1500 nuovi casi giornalieri. Eppure si è deciso di dimezzare l’isolamento. Lascio a ciascuno le proprie valutazioni. Io dico che la situazione è ancora di allerta.
Che fare dunque? E’ tutta una questione di numeri. Omicron non impone sconti, con i numeri in costante aumento. Faccio un esempio pratico. Se l’impennata dei contagi dovesse continuare, ci troveremmo di fronte a problemi seri negli ospedali. Il concetto di fondo è che di fronte a numeri importanti, anche i ricoveri sono destinati inevitabilmente ad aumentare. E da qui al picco dei contagi, mancano ancora due settimane, indicativamente. Se i 1500 contagi giornalieri in Ticino, dovessero raddoppiare o triplicare è quasi fisiologico che anche i nostri ospedali si troverebbero in una situazione di pieno allarme.
C’è poi una nuova questione di confine che sta venendo avanti dopo le nuove decisioni assunte da Berna e cioè che le regole su isolamento e quarantena decise da Berna non valgono per i nostri frontalieri. E così - ad esempio - l’edilizia ticinese ha fatto notare che “il problema in parte resta”, per utilizzare le sue parole, considerato che il 56% della forza lavoro di questo importante segmento dell’economia cantonale proviene dalla vicina Italia. Sarebbe importante omologare le regole, come richiesto anche da alcuni sindaci di confine? Si può tutto sommato condividere la riduzione della quarantena. Da parte mia, oppongo un “no” fermo dal punto di vista scientifico e di salute pubblica al dimezzamento dell’isolamento a cinque giorni. In Ticino la nostra convinzione, dal punto di vista medico, è ferma. L’isolamento dovrebbe essere mantenuto a dieci giorni. E questo omologherebbe la norma a quella italiana, ma anche a quella francese, perché vista la contiguità è importante non ragionare a compartimenti stagni. E’ giusto che il cittadino italiano o nella fattispecie il frontaliere - per rispondere alla sua domanda - resti in isolamento più dei cinque giorni decisi dal nostro Governo, anche se l’Italia ha scelto di ridurre a sette giorni l’isolamento - il riferimento è agli asintomatici - per chi ha ricevuto la dose booster o abbia completato il ciclo vaccinale da meno di 120 giorni, sempre a fronte di un test negativo. In presenza di sintomi, l’isolamento da voi dura invece dieci giorni.
Servirebbe dunque una soluzione comune?
E’ difficile trattandosi di Stati diversi. Certo il dialogo mai come in questo caso sarebbe d’aiuto. Restando alla situazione ticnese, l’obiettivo dovrebbe essere quello di trovare misure, specialmente nel mondo sanitario, che possano far sì che un positivo non esca di casa dopo la quinta giornata di isolamento. E questo perché quella persona, dopo soli cinque giorni, ha il 30% di possibilità di trasmettere il virus. Già dopo sette giorni, queste possibilità si riducono al 5%. Per riassumere, si sarebbe potuto trovare un compromesso a sette giorni di isolamento. Ma cinque giorni sono troppo pochi. A questo punto meglio seguire il modello italiano. I dieci giorni per i pazienti sintomatici, con tampone “in uscita” rappresentano comunque la soluzione migliore.
E’ difficile trattandosi di Stati diversi. Certo il dialogo mai come in questo caso sarebbe d’aiuto. Restando alla situazione ticnese, l’obiettivo dovrebbe essere quello di trovare misure, specialmente nel mondo sanitario, che possano far sì che un positivo non esca di casa dopo la quinta giornata di isolamento. E questo perché quella persona, dopo soli cinque giorni, ha il 30% di possibilità di trasmettere il virus. Già dopo sette giorni, queste possibilità si riducono al 5%. Per riassumere, si sarebbe potuto trovare un compromesso a sette giorni di isolamento. Ma cinque giorni sono troppo pochi. A questo punto meglio seguire il modello italiano. I dieci giorni per i pazienti sintomatici, con tampone “in uscita” rappresentano comunque la soluzione migliore.
Teme come già accaduto nelle due precedenti ondate per la tenuta degli ospedali ticinesi?
Concludo il discorso su isolamento e quarantena. Il modello italiano dà maggiori garanzie in questo momento per la guarigione del soggetto sia per monitorarne l’evoluzione del contagio. Per quanto concerne la tenuta degli ospedali, il timore esiste. Da qui a fine mese siamo in forte fibrillazione. E lo dicocon cognizione di causa. Tenendo conto che i sanitari hanno alle spalle quasi due anni di pandemia. E’ fisiologico accusare stanchezza, con la variante Omicron che ha nuovamente sparigliato le carte.
Concludo il discorso su isolamento e quarantena. Il modello italiano dà maggiori garanzie in questo momento per la guarigione del soggetto sia per monitorarne l’evoluzione del contagio. Per quanto concerne la tenuta degli ospedali, il timore esiste. Da qui a fine mese siamo in forte fibrillazione. E lo dicocon cognizione di causa. Tenendo conto che i sanitari hanno alle spalle quasi due anni di pandemia. E’ fisiologico accusare stanchezza, con la variante Omicron che ha nuovamente sparigliato le carte.
Parlavamo poc’anzi di vaccinazione al 67,7%, una delle percentuali più basse del Vecchio Continente. Qual è la causa di questo scarso appeal con il vaccino?
Sembrerà una risposta fuori dagli schemi, ma credo che la causa sia da ricondurre alla cultura protestante. La cultura cristiana ha quel senso di appartenenza allo Stato unito ad un senso di colpa in caso di decisioni o azioni sbagliate. Anche per questo nei Cantoni cattolici - in primis nel Ticino - il dato sulle vaccinazioni è più alto. Nei Cantoni “protestanti” c’è con ogni probabilità un diverso approccio culturale. E forse sta in questo approccio un dato globale legato alle vaccinazioni che sta giovando poco, soprattutto in talune realtà, alla causa.
Sembrerà una risposta fuori dagli schemi, ma credo che la causa sia da ricondurre alla cultura protestante. La cultura cristiana ha quel senso di appartenenza allo Stato unito ad un senso di colpa in caso di decisioni o azioni sbagliate. Anche per questo nei Cantoni cattolici - in primis nel Ticino - il dato sulle vaccinazioni è più alto. Nei Cantoni “protestanti” c’è con ogni probabilità un diverso approccio culturale. E forse sta in questo approccio un dato globale legato alle vaccinazioni che sta giovando poco, soprattutto in talune realtà, alla causa.
L’Ente ospedaliero cantonale ha ventilato l’ipotesi - peraltro già messa in pratica in alcune realtà svizzere - di richiamare al lavoro sanitari positivi (asintomatici). E questo per colmare il gap del personale a casa per l’alta contagiosità della variante “Omicron”. Che idea si è fatto su questa proposta?
Spero e mi auguro sia l’ultima delle ipotesi percorribili. E’ chiaro che l’alta contagiosità di “Omicron” è acclarata, Il problema tocca anche il personale sanitario, che - lo ripeto - è molto provato da due anni di pandemia. E mi lasci concludere dicendo che Berna avrebbe dovuto e potuto mostrare i muscoli,
anziché assecondare l’economia. Davvero i prossimi saranno giorni di forti fibrillazioni.
Spero e mi auguro sia l’ultima delle ipotesi percorribili. E’ chiaro che l’alta contagiosità di “Omicron” è acclarata, Il problema tocca anche il personale sanitario, che - lo ripeto - è molto provato da due anni di pandemia. E mi lasci concludere dicendo che Berna avrebbe dovuto e potuto mostrare i muscoli,
anziché assecondare l’economia. Davvero i prossimi saranno giorni di forti fibrillazioni.