Oggi la moratoria che aveva bloccato l'apertura di nuovi studi medici è solo un brutto ricordo ma, nel campo della demografia medica, il presente potrebbe trasformarsi in caos. Prolungata due volte tra il 2002 e il 2011 (in quest'ultimo caso non per i medici di famiglia), la moratoria non ha raggiunto gli obiettivi poiché non ha stabilizzato i costi e neppure il numero di studi medici, dato che si è vista esplodere l'apertura di ambulatori nelle strutture stazionarie: ospedali e cliniche.
Inoltre ha avuto anche la deplorevole conseguenza di bloccare i giovani medici negli ospedali, spingendoli a orientarsi verso una specializzazione diversa da quella di medico di famiglia - che in Svizzera ha la durata di almeno 5 anni, a differenza degli «eurodoc» che possono anche non prevedere nessuna formazione ospedaliera, ma solo una di carattere teorico della durata di 3 anni - e, di conseguenza, non ha permesso il ricambio generazionale dei medici di famiglia, che sono sempre più da considerare come dei panda.
Con la caduta della moratoria siamo stati inondati, invero meno in Ticino rispetto a molte altre parti della Svizzera, di richieste per esercitare la libera professione da parte di specialisti in provenienza dall'estero. Per il nostro cantone, dall'inizio dell'anno le richieste da parte di medici stranieri sono state 67, così ripartite per nazionalità: 55 dall'Italia, 8 dalla Germania, 1 dalla Francia, 1 dalla Spagna, 1 dall'Ungheria e 1 dalla Macedonia.
Per cui la necessità di una forma di regolamentazione è ora inderogabile.
In quest'ambito, l'Ordine dei medici del Cantone Ticino, agendo in modo proattivo e preventivo, aveva proposto delle misure di accompagnamento alla fine della moratoria (minimo 3 anni di lavoro in ospedale come dipendente e conoscenza di una seconda lingua nazionale ), che il Consiglio di Stato aveva a suo tempo adottato, ma che con la liberalizzazione totale decisa da Berna sono venute a cadere.
Oggi il corpo medico ticinese è lieto di constatare che le misure, attualmente proposte sul piano nazionale dalla FMH e dalla Conferenza cantonale dei direttori della Sanità, vanno esattamente nella direzione di quanto era stato proposto da noi a livello cantonale. Si tratta infatti della delega ai singoli Cantoni delle competenze atte a gestire (in collaborazione con le associazioni mediche e i diversi attori del sistema sanitario) l'insediamento di nuovi medici in pratica propria, sia sul piano regionale che su quello delle specialità; e di sottoporre il diritto all'ottenimento della libera professione all'acquisizione di una conoscenza reale e concreta del nostro sistema sanitario, da costituirsi con un periodo di lavoro in Svizzera - in qualità di medici dipendenti - della durata di 3 anni, nonché della conoscenza della lingua della regione in cui poi si eserciterà.
Speriamo quindi che queste proposte siano accolte sul piano nazionale, permettendo così che il caos della liberalizzazione lasci il posto, non ai divieti (come fu il caso al momento della moratoria), ma alla realizzazione di un'azione mirata ed efficace che regoli la demografia medica sul territorio in funzione dei bisogni reali.
Franco Denti, presidente dell'Ordine dei medici del Cantone Ticino
Il Ticino e i medici dopo la moratoria - CdT