Sebbene tutto sia perfettibile, in Ticino (come conferma il recente studio PISA) abbiamo una buona scuola pubblica. Dobbiamo dunque essere pragmatici e “modificare solo quello che non va”.
Secondo me, all’origine dei problemi della nostra scuola vi è un “fenomeno di società” insorto con l’evoluzione socio - congiunturale degli ultimi decenni: l’erosione dei redditi e un notevole cambiamento delle strutture parentali, hanno posto sempre più famiglie nella necessità di avere un secondo reddito, o di aumentare il tempo di lavoro per i genitori single. Conseguenza ovvia è la diminuzione del tempo da dedicare all’educazione dei figli e una ripartizione sempre meno chiara dei compiti tra famiglia e scuola alla quale si tende a delegare sempre più quei compiti educativi ai quali la famiglia (di qualsiasi tipo essa sia) non deve e non può abdicare.
Un secondo fattore sociale entrato di prepotenza nella scuola è la multiculturalità che porta con sé valori estremamente positivi, ma anche sfide decisamente ardue come l’integrazione di allievi alloglotti provenienti da famiglie con usi, costumi e sensibilità spesso difficilmente conciliabili con i nostri valori.
La prima conseguenza l’abbiamo vista sull’uniformazione di programmi e contenuti e la seconda la riscontriamo nella situazione di stress, inconciliabile con il suo dovere primario che è e deve rimanere quello di “istruire, formare e preparare”, cui è sottoposto il corpo insegnante.
Dobbiamo quindi intervenire per restituire autorevolezza ai docenti lasciando loro la possibilità di adeguare l’insegnamento e i programmi alle necessità delle diverse classi.
Per fare questo però, in particolare la scuola media con i suoi due livelli, deve essere riformata, ponendo obiettivi uguali per tutti da raggiungere alla fine del ciclo, ma lasciando al corpo insegnante la scelta di come arrivarci. Imprescindibile per la riuscita di questa piccola rivoluzione è il ridimensionamento delle sedi e l’uniformazione delle classi nel senso di omogeneità evitando di mettere fianco a fianco ragazzi che non hanno, per il momento, le stesse necessità in materia di istruzione. Solo in questo modo si potrà evitare un ineluttabile livellamento verso il basso dell’insegnamento.
Come dimenticare poi la riforma delle scuole elementari che aspetta della fine degli anni Ottanta?
Un altro tema fondamentale è quello dell’orientamento professionale, campo nel quale siamo ancora carenti.
Quale sia il curriculum scelto (apprendistato o studi accademici) siamo troppo indirizzati a una monocultura del terziario: troppi apprendisti di commercio, economisti, avvocati, mentre mancano medici, infermieri, ricercatori e anche giovani che si rivolgono a professioni manuali, forse perché ritenute poco gratificanti sia dal punto di vista intellettuale che finanziario.
In questo campo la scuola non può e non deve essere lasciata sola, ma deve essere integrata nella pianificazione globale del nostro futuro e lavorare gomito a gomito con i rappresentanti del settore economico – produttivo, in modo tale da determinare in anticipo le necessità dei diversi settori e provvedere di conseguenza ad adeguare i programmi di sensibilizzazione, informazione e formazione.
Il tutto in stretta collaborazione con le famiglie, che devono avere la possibilità di riappropriarsi di quell’autorità che deriva da una piena e consapevole assunzione di responsabilità.
Dott. med. Franco Denti
Candidato al Consiglio di Stato