Secondo uno studio, se solo si facessero più trattamenti in day hospital si risparmierebbe un miliardo di franchi Cassis: «Il sistema di finanziamento crea incentivi perversi» – Denti: «Il calcolo mi sembra un po’ sbrigativo»
Nel campo delle cure ambulatoriali c’è un grosso margine di risparmio che non viene sfruttato; un maggior ricorso agli interventi in day hospital, invece che in regime stazionario, permetterebbe di economizzare fino a un miliardo di franchi all’anno. Lo afferma uno studio realizzato dalla società di consulenza Price Waterhouse Coopers (PWC) e sostenuto dallo Swiss Medical Network, uno dei maggiori gruppi di cliniche private attivi in Svizzera.
Secondo la PWC i progressi della medicina stanno consentendo di aumentare il numero dei trattamenti a livello ambulatoriale, ma rispetto ad altri Paesi la tendenza a ricorrere alle cure in day hospital stenta a farsi largo. I fornitori di prestazioni continuano a prediligere il settore stazionario anche per interventi che la tecnologia medica consentirebbe di fare benissimo senza degenze e a costi inferiori. Interventi per ernia inguinale, vene varicose o tonsille sono ancora troppo spesso effettuati a livello ospedaliero. Un trasferimento di questi altri interventi in ambito ambulatoriale contribuirebbe a ridurre gli oneri. Ma il sistema di finanziamento e il regime tariffario in vigore non favoriscono modelli di trattamento ambulatoriale, come i centri per la chirurgia diurna. Finisce anzi per penalizzarli. Il sistema tariffario fa sì che i trattamenti ospedalieri siano meglio remunerati in ambito stazionario. Anche le casse malati non hanno un incentivo a trasferire prestazioni a livello ambulatoriale, visto che per le degenze negli ospedali e nelle cliniche lo Stato copre il 55% dei costi, mentre le cure di un giorno sono totalmente a carico degli assicuratori. Secondo PWC bisogna intervenire alla radice, attraverso un nuovo sistema di incentivi che consenta a tutti gli attori in gioco di contribuire allo spostamento di determinate prestazioni al settore ambulatoriale. Per questo vengono proposte tre diverse forme di forfait per caso.
Ignazio Cassis, presidente dell’associazione mantello degli assicuratori Curafutura e presidente della Commissione sanitaria del Consiglio nazionale concorda. «Lo studio non fa altro che mettere il dito nella piaga. Oggi ci troviamo in una situazione sballata e sbagliata. Abbiamo un sistema di finanziamento che crea incentivi perversi. Nella medicina ambulatoriale, il cittadino paga attraverso le casse malati, in quella stazionaria tramite i premi e le imposte. Le scelte di medici e ospedali non sono più dettate dall’interesse ultimo del paziente ma da ragioni economiche. Dal punto di vista della gestione della malattia ci sono costi ingiustificabili». Come uscirne allora, visto che anche le casse malati non hanno un incentivo a cambiare le cose? La soluzione, secondo il consigliere nazionale del PLR, va trovata nel solco della propostta del Consiglio degli Stati bocciata nel 2003 e che prevedeva una chiave di ripartizione dei costi fissa per i due livelli di intervento fra assicuratori e Stato. «Bisogna trovare una soluzione che non stravolga la ripartizione degli oneri fra premi e fiscalità e che garantisca la ripartizione equilibrata del “potere” fra casse malati e Cantoni. Curafutura, in collaborazione con la SUP di Winterthur, sta definendo un modello di finanziamento che mantiene i Cantoni in gioco. Le casse hanno un grosso interesse al cambiamento. Loro stesse hanno sempre criticato questi incentivi perversi. La scelte se trattare un paziente in regime stazionario o ambulatoriale deve essere dettata solo dalla medicina».
Più scettico invece il presidente dell’OMCT Franco Denti. «Noto una incongruenza fra studio e situazione reale. In Ticino è in atto un trasferimento di interventi al settore ambulatoriale ospedaliero, ma non si riscontra una riduzione del costo dei pazienti stazionari». Secondo il rappresentante dei medici inoltre, anche le cifre sui possibili risparmi sono tutte da verificare. «Il calcolo di un miliardo di franchi all’anno mi sembra un po’ sbrigativo». Questo comunque non significa che non si debba impedire un trasferimento degli interventi da un settore all’altro. «In linea di massima, molte operazioni che in passato si facevano in regime di degenza, ora si possono fare ambulatorialmente. Ma non tutti i pazienti sono uguali. Per qualcuno l’intervento in regime stazionario può essere sempre più idoneo di quello in day hospital. Ai medici andrebbe lasciata una maggiore discrezionalità che però oggi non si vuole più accettare». Secondo Denti inoltre, il vero risparmio andrebbe calcolato sulle giornate lavorative perse. «Non sempre la segmentazione del processo di cura finisce per avere un costo inferiore. Bisogna vedere se gli interventi ambulatoriali migliorano anche i tempi di guarigione».