Rispetto a 50 anni fa l’essere umano ha guadagnato in libertà individuale e in autodeterminazione. Si tratta indubbiamente di conquiste che toccano ogni individuo della nostra società e che si riflettono in ogni ambito della vita. Un maggiore accesso da parte di tutti all’istruzione e una maggiore considerazione dei diritti umani hanno modificato radicalmente la natura dei rapporti interpersonali e ciò si riflette in ogni ambito e disciplina della nostra realtà sociale. Lo vediamo nella gestione della cosa pubblica, dove vi sono molte più discussioni e dove le scelte di chi governava senza grandi ostacoli, non sono più oggi così scontate. Lo vediamo nelle scuole e nelle famiglie, dove i ragazzi non ammettono più ordini e precetti insindacabili o un’educazione unilaterale, ma vogliono partecipare attivamente e criticamente alla loro istruzione. Il cambiamento lo vediamo infine anche (ma gli esempi potrebbero essere ancora molti) in medicina, laddove il rapporto tra medici e pazienti (e i loro famigliari) è passato da una relazione “paternale” a una relazione di collaborazione, dove il paziente ha assunto un ruolo attivo e propositivo, rivendicando una serie di diritti sul proprio corpo e sul proprio destino. Il paziente di oggi vuole – e ha il diritto di – conoscere “la diagnosi, il piano di cura, i possibili rischi, nonché eventuali trattamenti alternativi scientificamente riconosciuti” (cfr. art. 6 LSan), per poi poter decidere. Si tratta del principio, oggi ancorato nella legge, del consenso informato del paziente, secondo cui nessun trattamento sanitario è lecito se non è subordinato a un effettivo consenso del paziente, il quale può e deve pronunciarsi soltanto dopo essere stato messo al corrente da parte del medico e/o del personale sanitario di ogni sorta di informazione utile a una corretta comprensione di tutti gli elementi del suo caso. Il medico in questo contesto è colui che accompagna e consiglia senza giudicare o imporre. Questo cambiamento, senz’altro positivo, ha posto in primo piano , nella relazione medico-paziente, la comunicazione, facendone dipendere la soddisfazione delle parti e talvolta anche il successo stesso del processo di presa a carico. Una corretta e completa informazione è diventata la base e il presupposto di ogni intervento e prestazione sanitaria. E qui mi riferisco alla capacità di costruire un passaggio di informazioni che va dalla diagnosi, allo sviluppo di un piano di cure e di un accompagnamento che si fonda non solo su elementi obiettivi (ad es. il risultato di un’analisi radiologica), ma anche - e spesso soprattutto - su dati che si possono ottenere da un’approfondita conoscenza della storia del paziente che considerano in particolare il vissuto della persona, i suoi sentimenti e le sue emozioni. È quindi imperativo per il medico e per l’operatore sanitario prendersi il tempo per l’ascolto del paziente. Certo, comunicare non è semplice! Presuppone una grande disponibilità - di tempo e di spirito - da parte del personale sanitario, così come grande sensibilità e capacità analitiche e espressive. Tuttavia occorre intraprendere ogni sforzo e misura a nostra disposizione, affinché il personale sanitario, soprattutto quello impiegato negli ospedali, a contatto con persone ricoverate e quindi in una situazione di maggiore dipendenza, stress e vulnerabilità, riesca a far fronte al proprio dovere etico e professionale di comunicazione verso il paziente e, sempre che non vi siano ostacoli connessi al segreto medico, verso i famigliari dello stesso. I risultati oggi sono soddisfacenti ma, come per ogni cosa, c’è margine di miglioramento e dobbiamo migliorare. Purtroppo sia il tariffario dei medici sia le tariffe ospedaliere, nonché l’organizzazione ospedaliera non riconoscono questa importante componente della presa a carico di un paziente. Occorre un cambio di rotta, un cambiamento che rimetta al centro del processo di cura il cittadino-paziente onde evitare che la prestazione sanitaria venga ridotta a una prestazione fine a se stessa come accade già in molti Paesi vicini. È proprio questo tipo di presa a carico del paziente che da sempre viene operata nel nostro bel Cantone è il valore aggiunto della sanità Ticinese. Se invece il rapporto medico-paziente, paziente-ospedale, si riduce a una prestazione fine a sé stessa (ad es. il medico che prescrive una pastiglia per il mal di testa senza conoscerne le cause), avremo sempre più pazienti insoddisfatti vagano alla ricerca di risposte e che continueranno a richiedere maggiori prestazioni, con il conseguente aumento dei costi della salute. In quest’ottica di cambiamento deve tornare centrale e determinante la figura del medico di famiglia il quale grazie alla sua prossimità con le persone e alla maggiore immediatezza nei rapporti che ne deriva si trova in una posizione privilegiata all’ascolto. Maggiore considerazione deve anche venir riconosciuta a tutto il personale paramedico attivo in ospedali e in istituti, che vive a stretto contatto, più del medico, con i pazienti e i loro famigliari. Spesso infatti si sottovaluta la posizione privilegiata di queste persone nel raccogliere informazioni sui pazienti e nel darne. Una maggiore attenzione, formazione e sensibilizzazione nei confronti di infermieri e ausiliari può condurre a risultati inaspettatamente positivi, che si ripercuoterebbero sulla qualità del rapporto medico – paziente e di conseguenza sul risultato delle terapie.
Con i pazienti occorre un dialogo migliore